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Omelia di mons. Nosiglia alla Veglia per il mondo del Lavoro - 28 aprile 2015   versione testuale

Di seguito il testo dell'omelia pronunciata dall'Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia alla Veglia per il mondo del lavoro che si è tenuta nella sera del 28 aprile in Cattedrale, davanti alla Sindone:
 
Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono (cfr. Gv 10,14ss). È bello sentire queste parole da parte di Cristo, che indicano la tenerezza e familiarità con cui egli tratta i suoi discepoli. Gesù pone il rapporto con loro sul piano di una relazione amicale fatta di ascolto, di mutua conoscenza e di fiduciosa sequela. È in fondo questo ciò che in questi giorni di ostensione della Sindone chiamiamo "Amore più grande" che il sacro Telo rivela, donandoci la forza di impegnarci per attuarlo giorno per giorno nella nostra esistenza.
 
Applicati al mondo del lavoro, questi atteggiamenti e questo Amore diventano stimolo di cambiamento interiore, ma anche di rinnovato impegno sociale e comunitario per affrontare insieme i gravi problemi che sono ancora sul tappeto e incidono pesantemente sulla via di tante famiglie e persone. Questo non ci deve impedire di essere, oltre che realisti, pure carichi di speranza, perché sappiamo che non siamo soli sulla trincea dell'impegno responsabile che ci attende, ma con noi c'è il Buon pastore che ci conosce uno a uno e ci guida sulla via della giustizia e della solidarietà.
  
Un patto intergenerazionale
 
Tale via contrasta con un'economia dello scarto e con l'idolatria del denaro e una inequità e disuguaglianza che genera violenza, mentre ci aiuta invece a ricuperare la logica del servizio e della fraternità. È in questa luce che emerge l'importanza di quanto l'Agorà del sociale ha proposto: un patto intergenerazionale per promuovere un nuovo modello di sviluppo che attivi sinergie concrete tra i percorsi di formazione, il lavoro considerato non solo come mezzo per avere profitto ma per promuovere la dignità della persona e le relazioni di comunione e solidarietà effettiva anche con chi non lavora o è povero.
 
Finalità prima del patto è affrontare e scalfire dunque la situazione difficile e complessa che è per noi oggi quella del lavoro, per chi lo perde a cinquant'anni e non riesce più a trovarlo o per chi lo cerca, come tanti giovani (il 50% nel nostro territorio) e non lo trova, se non precario e non rispondente alla qualificazione professionale acquisita con impegno e sacrificio.
 
Il lavoro non è importante solo per l'economia, ma è una dimensione antropologica irrinunciabile che riguarda la dignità delle persone e, di conseguenza, la cittadinanza e l'inclusione sociale.
 
A Torino la crisi ha accelerato il cambiamento di un paradigma valido in passato, che sosteneva questo principio: prima si riprende l'economia e poi si ridistribuisce la ricchezza e i suoi benefici sociali. Questo non è più un approccio riproponibile per sostenere la ripresa economica all'interno di un sistema in rapida e profonda trasformazione come quello torinese, nel quale sono cresciute e si stanno radicando forti diseguaglianze economiche e sociali incompatibili con lo sviluppo e la coesione sociale. Sono 7 anni che si parla e si attende la "ripresa", anni in cui una quota sempre più rilevante di persone si è impoverita, ha perso il lavoro, la casa, la salute... Parlare di futuro in una città così comporta una domanda di fondo: per quali cittadini ci sarà un futuro migliore se le diseguaglianze aumentano e lo scarto tra le "due città" - di cui più volte ho parlato - si sta frammentando ulteriormente, per cui una pluralità di segmenti della popolazione, che va da chi sta bene a chi vive in una cronica precarietà e a chi sta ormai sotto la soglia della povertà, caratterizza in modo sempre più accentuato e a macchia di leopardo alcuni quartieri e circoscrizioni della città rispetto ad altri?
 
Per avviare la ripresa sul piano dell'occupazione è necessario che tutte le componenti sociali si attivino secondo una logica che incida fortemente sulle scelte concrete, a partire dalla finanza e dalle competenze professionali. Esistono sul territorio considerevoli dotazioni finanziarie (famiglie, banche, ecc): vanno stimolate ad investire proprio sul territorio per la creazione di lavoro, costruendo condizioni e un clima di fiducia verso il domani. Questo vale anche per attrarre risorse esterne.
 
Il patto intergenerazionale non va attivato per dare banalmente ai giovani quello che spetta agli anziani. Quello di cui c'è bisogno è di identificare il contenuto del patto (tutele e diritti che sono dei privilegi per alcuni e delle chimere per altri), assumendo come categoria fondamentale la solidarietà. La soluzione si trova all'interno di una logica di scambio e non di mero passaggio "dal vecchio al giovane".
 
È tempo dunque di riannodare una solidarietà intergenerazionale che recuperi la fiducia dei giovani, che oggi vedono negli adulti un mondo chiuso a riccio che difende le proprie posizioni, senza dare loro opportunità concrete di farsi attori protagonisti. Così come ci sono categorie (ad es.: lavoratori pubblici, dipendenti di grandi aziende, ecc.) che appaiono molto più tutelate rispetto all'esercito dei precari (soprattutto giovani, ma non solo). Un altro fattore è che gli adulti sono maggiormente organizzati (per cultura e prassi), mentre i giovani sono portati a vivere la crisi in solitudine o dentro le famiglie. Le soluzioni a questo problema devono essere trovate anche perché ci sono delle sacche di disagio giovanile che possono esplodere e/o molti giovani possono perdersi d'animo e rifugiarsi in una sopravvivenza rassegnata (fatta di amici, locali, sballi, neet), prolungando in eterno l'adolescenza. 
 
Donne, immigrati e rifugiati
 
Ci sono poi altri soggetti che meritano in questo momento una particolare attenzione: sono le donne e gli immigrati. Spesso le prime a pagare lo scotto della crisi di un'azienda sono le donne e diverse ricerche rivelano come anche quando hanno una parità con gli uomini, guadagnino meno. Inoltre, su di loro continua a gravare circa il quadruplo di tempo rispetto agli uomini per le attività di cura della casa, dei figli, degli anziani. Il ruolo della partecipazione al lavoro delle donne è dunque molto problematico per le relazioni familiari in rapida trasformazione. Oggi, la conciliazione fra tempi di vita e tempi di lavoro, gli stili e il reddito famigliare è sempre più difficile, ma essenziale per le donne che lavorano.
 
Per quanto attiene all'immigrazione, assistiamo a un graduale aumento della competizione: è una lotta fra poveri, perché il lavoro è poco per tutti. Una serie di indagini rivelano come gli immigrati mediamente si accontentano di più e guardano con maggior ottimismo al futuro, per cui paradossalmente sono competitori degli italiani proprio perché accettano orari più gravosi e livelli di reddito più bassi (perché per molti di loro è comunque superiore a quanto guadagnavano, se guadagnavano, nella patria d'origine).
 
Infine, non possiamo dimenticare che solo ripartendo dagli ultimi è possibile ridisegnare una città a misura di uomo - come si dice – e capace di favorire l'apporto convergente di ogni cittadino alla vita comune. Diciamo sì dunque a una più incisiva e disponibile attenzione e cura delle periferie esistenziali. Le periferie di Torino non sono solo geografiche (nord), ma "periferie" povere in molti/tutti i sensi, anche a livello di istruzione, come pure di poli locali di sviluppo, di centri culturali (ad es.: università o musei), assomigliando sempre più a un "deserto dei poveri". Nei decenni, la situazioni è peggiorata, con buona pace dei (pur meritevoli) progetti di riqualificazione urbana nei quartieri Nord.
 
Oggi non è assolutamente sufficiente assistere il povero "donandogli il pesce" per sopravvivere o l'accoglienza disorganizzata e di permanente provvisorietà. L'assistenza è necessaria, ma non basterà mai a ridare dignità e a tracciare percorsi di inclusione sociale
efficaci. Nella società - ed al suo interno nella Chiesa – sono presenti a livello potenziale enormi energie che sono tuttora inespresse come "servizio". La Chiesa, arrecando qualche disturbo alle "opere di difesa", deve insistere nel ricordare a chi ha avuto ed ha
di più che a lui è chiesto di più, a partire dai propri doni specifici. Chiesa e realtà istituzionali devono anche dare esempio nel mettere a disposizione le loro strutture e spazi abitativi vuoti, le loro risorse da investire nell'educazione e in progetti condivisi di abitabilità per quanti ne sono privi.
 
Uno sguardo contemplativo
 
Dobbiamo accogliere l'invito di papa Francesco: partite dalle periferie e non dal centro - occorre acquisire uno sguardo contemplativo sulla realtà. Questo è l'invito che mi sento di dare alla fine di questa omelia su alcune questioni urgenti del mondo del lavoro nel nostro territorio.
 
Che cosa significa? Vuol dire che non possiamo avere uno sguardo sul reale basato sui dati macro economici, su tante statistiche che sono sempre negative e lasciano poco spazio alla speranza, o su di un ottimismo di propaganda; serve invece uno sguardo che sa penetrare dentro gli avvenimenti e la propria vita con una carica di realismo e insieme di fiducia e di intraprendenza, sapendo che Dio costruisce con noi e non è assente dalla nostra esistenza concreta.
 
Gesù afferma che le pecore del suo gregge non andranno mai perdute e nessuno le potrà rapire dalla sua mano. Un'affermazione forte che ci assicura della sua viva presenza che ci difende e ci sostiene, anche nei tempi più bui che stiamo attraversando.
 
Voglia il Signore suscitare in ognuno di noi e in tutte le forze vive del mondo del lavoro di questa città la consapevolezza, ma anche l'impegno, di credere e di operare a partire da questa certezza, sia per ricercare uniti cammini di rinnovamento alla luce della dottrina sociale della Chiesa, sia per nutrire la speranza di chi crede, sia per favorire sinergie possibili da attuare insieme sul piano anche economico e sociale.
 
 
+ Cesare Nosiglia
Arcivescovo di Torino
e Custode Pontificio della Sindone