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Dalle cose che patì   versione testuale

 
La Lettera agli Ebrei, «Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì», parla di Cristo, del
Figlio di Dio che era stato proclamato sommo sacerdote e che durante la sua vita terrena incontrò la più grande sofferenza. La sofferenza gli costò moltissimo, al punto che egli avrebbe desiderato evitarla. Pregò per questo e il Padre lo esaudì, ma non come potremmo pensare noi, ché anzi l’intervento della sofferenza continuò e fu determinante sul suo cammino verso l’ubbidienza perfetta e la perfezione del suo servizio. Questa perfezione divenne titolo per dare efficacia al suo intervento di salvezza in favore degli uomini e per chiedere agli uomini di rispondere anch’essi con atteggiamento di ubbidienza. Il Padre a sua volta liberò lui dalle conseguenze della sua sofferenza, con la risurrezione da morte.
Lo spettacolo che la Sindone ci offre è quello della sofferenza educatrice e salvatrice di cui ci parla la Lettera. Colui che soffre è il Figlio, il nostro sommo sacerdote, degno di fede, ricco di misericordia, reso
perfetto dalla sua esperienza di dolore. Ciò che sulla Sindone si vede maggiormente è la sofferenza.
La Scrittura ci offre la consapevolezza delle componenti di quella sofferenza: di colui che l’ha
affrontata e degli effetti che ha prodotto in coloro che accettano come lui lo stesso atteggiamento
di ubbidienza, verso di lui e quindi verso il Padre.
L’ubbidienza è come altre realtà che riguardano Dio: è dono ed è conquista. Solo da lui si
può implorare la forza di esercitarla, solo nell’esercizio costante dell’accettazione della sua volontà
l’ubbidienza diventa espressione determinante del nostro atteggiamento. Nella Bibbia si parla di ubbidienza della fede. L’ubbidienza nella sofferenza non è distante dall’ubbidienza della fede.
In un mondo senza fede la sofferenza è presente nelle sue forme più parossistiche, più inspiegabilmente
gratuite e feroci. Si direbbe che in intensità, malvagità, assurdità si moltiplichi sempre
più: viene da pensare che non insegni nulla, che perda sempre più senso, se pur mai ne ha avuto
uno.
Potrà ancora avere senso proporre la Sindone in questo mondo? Colui che ha portato il peso
della sofferenza attestata dalla Sindone era il Figlio, l’innocente; la sua sofferenza poteva essere
giudicata assurda, ma fu redentrice. Nel nostro mondo camminano a fianco a fianco l’assurdità della
sofferenza innocente e la malvagità di chi è causa di tanta sofferenza. All’angoscia dello smarrimento
del senso, del capovolgimento dei valori, l’immagine che parla da quel Telo benedetto continua
a proporre l’unico valore che la spiega, l’ubbidienza: a un amore totale, misterioso, che persegue
i suoi obiettivi di salvezza per vie non gradite, e pure infallibili, efficaci proprio nel momento in
cui sembrano divenute prive di speranza.
Continua ad avere senso proporre la Sindone, anche in questo mondo.