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La Sindone e San Giovanni, testimoni dell'Amore più grande   versione testuale
24 giugno - Mons. Nosiglia ha presieduto la Messa per la chiusura dell'Ostensione 2015







Nella festa di San Giovanni Battista, patrono di Torino, si è conclusa l’Ostensione 2015 con la Messa presieduta da mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino e Custode pontificio della Sindone. Hanno concelebrato il vescovo ausiliare mons. Guido Fiandino, il vicario generale della diocesi, mons. Valter Danna, con 50 sacerdoti della diocesi di Torino. Presenti il sindaco di Torino Piero Fassino, il vicesindaco Elide Tisi, presidente del Comitato organizzatore dell’Ostensione, Maurizio Baradello, direttore del Comitato, il prefetto Paola Basilone e le autorità civili e militari. Numerosi i fedeli in Duomo e sul sagrato, che hanno potuto partecipare alla Messa grazie ai maxischermi.

Al termine della celebrazione l’arcivescovo ha impartito la benedizione papale con l’indulgenza plenaria. In seguito la porta centrale del Duomo si è chiusa a simboleggiare la conclusione dell’Ostensione.

Di seguito pubblichiamo il testo integrale dell’omelia di mons. Nosiglia:

«CORAGGIO TORINO, GUARDA AVANTI CON FIDUCIA»
 
Cari amici,
la nascita di Giovanni Battista ci ricorda un fatto tra i più significativi e forti per l’impatto che ha avuto nella storia della salvezza e anche per la venuta di Gesù Cristo, del quale il Battista fu precursore e testimone: la testimonianza forte di una vita povera e fedele a Dio e ricca di segni di amore concreto per i peccatori che accorrevano a lui da tutto Israele per farsi battezzare nel fiume Giordano e convertirsi a una vita nuova. Giovanni fu testimone in modo particolare della verità circa il matrimonio e l’amore coniugale fedele e indissolubile, tanto da sacrificare la sua vita perché rimproverava aspramente il re Erode e soprattutto Erodiade, moglie di suo fratello, che lui aveva preso con sé: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello» (cfr. Mt 14,4). Questo coraggio di dire la verità in faccia ai potenti gli ha procurato la morte.
 
Il coraggio della testimonianza
Credo che anche oggi tante famiglie cristiane – pressate e circondate come sono da messaggi reclamizzati che si impongono con ogni mezzo da parte di una cultura basata sull’individualismo e il tentativo di minare nella fondamenta il matrimonio e la famiglia con indirizzi in netto contrasto con la Parola di Dio, ma prima ancora con la retta ragione – siano poste in condizione di offrire una testimonianza alternativa. Le famiglie cristiane diventeranno sempre più segno di contraddizione e di speranza, come è stato fin dall’inizio del cristianesimo quando, non potendo contare su una legislazione favorevole, testimoniavano la bellezza e verità dell’amore coniugale tra un uomo e una donna e l’unità fedele tra coniugi, con grande impegno e generoso sacrificio, andando incontro anche a persecuzioni e rifiuti di ogni genere.
Anche oggi non dobbiamo temere, come cristiani, di manifestare apertamente e pubblicamente la nostra fede e i valori umani e civili che da essa discendono, non chiudendoci in noi stessi e nei nostri luoghi o circuiti protetti, ma uscendo per incontrare le periferie esistenziali di ogni uomo e per proporre con coraggio il Vangelo come via alternativa. Tocca anche a noi tutti, nel nostro ambito di lavoro, accogliere l’invito di papa Francesco ai giovani: siate coraggiosi nell’andare controcorrente nei confronti di una certa cultura disimpegnata, edonista e consumistica, che propone delle bolle di sapone come fossero valori e vende pezzi di vetro come fossero diamanti belli e affascinanti, mentre invece non fanno che stemperare i vostri ideali e i vostri sogni e rendono deboli e incerti nel lottare con forza uniti per un domani diverso, sia sotto il profilo umano che sociale e culturale.

Testimoniare l’Amore più grande
L’Ostensione della Sindone ci ha detto, con semplicità e drammaticità che oggi c’è bisogno di cristiani che siano innamorati di Dio, convinti della propria fede, esperti secondo lo Spirito, pronti a rendere ragione della speranza che è in loro, capaci di rifiutare sempre i compromessi di coscienza con le logiche del mondo che li circonda, testimoni della potenza di Dio che si rivela nella loro debolezza. Cristiani, dunque, che dicano con la vita che ci sono ragioni vere e belle del vivere e del vivere insieme che vanno oltre se stessi e il proprio sentimento o interesse e appellano a un “di più” di onestà che nasce dalla contemplazione del volto sofferente e glorioso di Cristo, fonte di quell’Amore più grande che non si arrende mai e non si adagia nella mediocrità, ma stimola a puntare in alto verso quell’orizzonte di gloria che egli ha dischiuso e offerto ad ogni suo discepolo.
La Sindone ci insegna a non estraniarci, come cristiani, dalla storia di sofferenze e di lacrime che inonda la vita delle persone e spesso ne travolge i sentimenti e l’esistenza, ma innesta in noi un “di più” di speranza che, proprio dai patimenti dell’uomo della Sindone, ci viene trasmessa: quella di credere fermamente che il male e la menzogna, l’ingiustizia e la violenza non avranno mai l’ultima parola nella storia anche più travagliata del nostro tempo, ma tutto si rinnoverà grazie alla potenza della croce del Signore e tutto si trasformerà per il bene di tutti coloro che credono e lottano per un mondo a misura di uomo e di Dio insieme. Certo, questo esige che si sia pronti a pagare un prezzo per annunciare e vivere questa speranza: è il prezzo della verità che è richiesta ad ogni testimone e martire, perché essa rende credibile il proprio agire. È, insomma, lo stesso prezzo pagato dal Signore e che la Sindone ci documenta: quello appunto dell’Amore più grande.
Se ora rivolgo lo sguardo sulla nostra Diocesi e città e valuto come ha vissuto questi mesi intensi di Ostensione e di preparazione e accoglienza di Papa Francesco, debbo riconoscere quanto il Signore sia stato buono e provvidente, aiutandoci a svolgere con frutto il grande impegno dell’Ostensione traendone fecondi risultati per la vita delle nostre comunità e del territorio.
Non posso che dire un grande “grazie” a quanti hanno contribuito a questo risultato con il loro generoso sacrificio, intraprendenza, umile servizio e soprattutto dolcezza e fraternità, tutti tratti che la gente ha colto e apprezzato molto sia da parte dei volontari, che del servizio d’ordine e di assistenza. Per non parlare del lavoro indefesso e costante delle tante persone che, nell’ombra ma attivamente presenti nell’organizzazione e nello svolgimento dei vari momenti, hanno garantito il sereno e coinvolgente lavoro di accoglienza di tutti i pellegrini. Penso in particolare all’iniziativa dell’Accueil per i malati e disabili e ai numerosi giovani venuti anche per celebrare i 200 anni della nascita del loro Santo patrono, Giovanni Bosco. Sì, la Diocesi e la città hanno saputo mostrare il loro volto più umano e spirituale, di cui sono ricche.

Confermati nella fede da Papa Francesco
La visita di Papa Francesco in particolare ha suscitato nel suo cuore, ma credo in tutti noi, la gioia profonda di un intero popolo – perché tale si è mostrato in quei due giorni! –, un popolo così numeroso che nessuno se l’aspettava: appena uscito dall’aeroporto di Caselle, lungo tutto corso Giulio Cesare fino in centro città, attraverso tante strade e piazze per molti chilometri, si è vista una marea di famiglie, anziani e giovani, ragazzi e bambini, persone di altre fedi e religioni, fare ala al passaggio del Papa e salutarlo con un entusiasmo che mi ha commosso.
Desidero richiamare solo alcune delle espressioni piccole, ma che partivano dal cuore, gridate a gran voce: «Papa Francesco sei uno di noi», «Papa Francesco ti vogliamo bene», «Papa Francesco non mollare e continua così», «Papa Francesco sei unico», «Papa Francesco sei il più grande», «Papa Francesco siamo tutti con te» e innumerevoli altre, per non parlare del nome, solo il suo nome, scandito dai cuori e della voce di tutti: «Francesco, Francesco!». La città e la Diocesi nel loro complesso hanno risposto alla grande alla visita del papa, dimostrando un affetto sentito e profondo che ha colpito lui e tutti quelli del seguito.
Ora dobbiamo fare tesoro di quel patrimonio di insegnamenti e di gesti e testimonianza che il Santo Padre ha consegnato alla città, al mondo del lavoro, ai giovani, ai malati, sofferenti e ultimi, ai fedeli di altre confessioni cristiane e altre religioni e a tutti gli uomini di buona volontà.
Desidero solo ricordare alcune espressioni forti del discorso ai lavoratori che sono penetrate nel cuore di tutti: «Torino sei chiamata ad essere ancora una volta, come negli anni passati, protagonista nel Paese di una nuova stagione di sviluppo spirituale, economico e sociale. È giunto il tempo di riattivare una solidarietà tra le generazioni, di recuperare la fiducia tra giovani e adulti. Nel tuo territorio esistono ancora notevoli potenzialità da investire per la creazione di lavoro: l’assistenza è necessaria, ma non basta; ci vuole promozione, formazione di qualità e innovazione, che rigeneri fiducia nel futuro. E, soprattutto, abbi “coraggio!”, che non significa: rasségnati, ma al contrario: “osa, sii coraggiosa”, datti da fare non aspettando che la crisi passi, ma agendo insieme con un patto sociale e intergenerazionale per imboccare una via di rinascita etica e sociale insieme».
L’insegnamento e la testimonianza più incisive e indimenticabili che il Papa ci ha offerto sono quello dei gesti che spesso parlano più delle parole. I gesti di tenerezza e prossimità verso gli ultimi, dai lavoratori in cassa integrazione o in mobilità alle loro famiglie che soffrono questa situazione, che spesso porta con sé anche il difficile problema della casa; dai giovani carcerati del “Ferrante Aporti” ai senza dimora, agli immigrati e rifugiati, ai Rom, ai tanti ammalati e sofferenti che ha incontrato. Sono certo che la visita di Papa Francesco innesterà un volano di maggiore e più unitario impegno sia per quanto riguarda il lavoro – e quello dei giovani in particolare –, per l’impegno di formazione ed educazione delle nuove generazioni, sia per quanto riguarda l’amore concreto ai poveri e ultimi, rifuggendo dalla cultura dello scarto così radicata nella nostra società.
 
Come Torino può guardare avanti con fiducia
Su questo c’è ancora molto da fare, ma io ho fiducia, perché Torino è un terreno fertile dove, se getti un seme, ne nasce un giardino, perché è sufficiente stimolare e chiedere e poi tanta gente si coinvolge e si fa carico delle realtà più difficili che gravano purtroppo tra tante persone e famiglie della città. Ora il Papa ci ha detto di scommettere di più e insieme su queste enormi potenzialità che abbiamo. Perché, anche tra noi, tanti sono ancora i cittadini che devono adoperarsi con impegno per superare una cultura e una mentalità autoreferenziale che tende a chiudersi in se stessa e spinge a non attivare quelle sinergie oggi più che mai necessarie per favorire una rete di presenze, di servizi e di condivisione tra le varie fasce della popolazione, messe in grado di offrire il proprio apporto costruttivo, per una città veramente solidale, pacifica e giusta in cui ogni abitante si senta accolto, amato e promosso nella sua dignità e nei suoi diritti e sia messo in grado di contribuire al bene comune.
No, non dobbiamo rassegnarci a quel diffuso scetticismo che accentua le divisioni e costruisce muri invece di ponti, necessari a collegare gli uni con gli altri – anche diversi da se stessi per cultura, religione, etnia, idee e programmi. Dobbiamo opporci a chiunque, a cominciare dalla più modesta occasione che può capitare ogni giorno, proseguendo poi ai grandi ambiti finanziari, industriali ed economici, politici, culturali e sociali, e al costume perverso e distruttivo della comunità, che è fatto di corruzione, affarismo, lobbies mafiose o cordate che stanno in piedi solo per aiutare gli amici degli amici e che perseguono unicamente i propri interessi a scapito della giustizia, dell’equità e della solidarietà.
Dobbiamo operare per mantenere e rendere sempre più bella e ricca di cultura e di proposte nuove nel campo dell’innovazione tecnologica come dell’arte e della letteratura, la grande tradizione propria del nostro ambiente; ma dobbiamo anche perseguire con forza e uniti la volontà di rendere i nostri quartieri meno anonimi e frammentati e a volte soffocati da eventi e iniziative evasive di puro divertimento chiassoso e trasgressivo, che possono accontentare una certa fascia della popolazione ed essere addirittura accettate come fonte di reddito, ma scontentano la grande maggioranza del popolo degli onesti, che ne subisce le conseguenze. Più volte ho chiesto che le iniziative culturali non siano concentrate nel centro storico, ma abitino anche le periferie della città, per animare e promuovere nella popolazione meno abbiente e che vive situazioni ambientali difficili, quelle esigenze interiori e spirituali dell’anima e della gioia che nascono dallo stare insieme per gustare opere artistiche e culturali ricche di fascino e di valori interiori emozionanti.
Ringrazio per questo il Teatro Regio, che offre più volte ai poveri una serie di spettacoli un tempo riservati solo a chi poteva permetterselo. Conserviamo e salvaguardiamo dunque l’anima di questa città, che risiede in quel grande tesoro di spiritualità e di cultura insieme che i nostri Santi e Beati ci hanno trasmesso e consegnato e va ritrasmesso e riconsegnato integro alle nuove generazioni, con il compito certo di rinnovarlo senza distruggerlo nelle sue radici, le quali vanno fatte proprie da ogni cittadino. La città sarà migliore se ogni cittadino lo sarà e si assumerà le sue responsabilità nel proprio piccolo o grande ambiente di riferimento quotidiano.

San Giovanni, nostro patrono, ci accompagni
Mi auguro che Torino accolga con gioia quanto Papa Francesco le ha consegnato e la spinta in avanti che ha impresso alla nostra Chiesa e a tutta la società. Continui a credere in se stessa e a promuovere strategie aperte al futuro, senza timore di non farcela, ma con la certezza, animata dalla fede cristiana e dall’impegno laico insieme, che tutto diventa possibile quando si uniscono le forze e si crede che il futuro sta anche e primariamente nelle nostre menti e nei nostri cuori e in tutto quello che potenzialmente abbiamo già compiuto e stiamo compiendo giorno per giorno. Il coraggio e la fortezza del nostro patrono ci spronino a credere in tutto ciò e a scommettere su chi sembra meno presente e impegnato in questo momento nel definire il domani della città, i giovani anzitutto e i poveri. Forse, se iniziassimo proprio da loro, ascoltandoli e coinvolgendoli nelle varie cabine di regia di questa città, riusciremmo a vedere le cose con più serenità e fiducia, ma anche con l’umiltà di sentirci meno maestri degli altri e più discepoli.
Amen.

+ Cesare Nosiglia
Arcivescovo di Torino
Custode Pontificio della Sindone
 
 
 
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