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La storia del restauro 2002

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1. Martedì, 23 luglio 2002. La Sindone giaceva sul ‘lettino Microtecnica’ nell’umiltà decorosa della sua nudità ricuperata. Aveva lasciato la sua cappella e la ‘teca Alenia’ cinque settimane prima e ora stava per ritornarvi. All’arrivo di Mons. Lanzetti entrarono nella ‘sacristia nuova’ tutte le persone che attendevano nel ‘corridoio a vetri’; a un istante di raccoglimento seguì un breve commento sul momento che la storia della Sindone stava vivendo. Poi il Vescovo Ausiliare, in rappresentanza dell’Arcivescovo che era andato a raggiungere il Papa a Toronto per la Giornata Mondiale della Gioventù, guidò una preghiera corale. Si formò subito il corteo per accompagnare la Sindone alla sua cappella. In disparte Mechthild Flury Lemberg e Irene Tomedi guardavano il corteo che si allontanava con uno stringimento al cuore: “Sembrava un corteo funebre”.. Quando fu tutto finito, vennero le confidenze: “Durante il lavoro, ci sforzavamo di non pensare troppo alla realtà misteriosa che passava tra le nostre mani, per non perdere il filo di ciò che dovevamo fare. Ma tutte le volte che interrompevamo, al termine di una giornata, ritornava il tremore della meraviglia. Alla fine, aumentava a dismisura il desiderio di fermarci in compagnia di quel telo, di poter parlare con quel Sofferente. Invece proprio ora il tempo non c’era più”. Così era per tutti quelli che avevano vissuto con intensità accorata quelle cinque settimane.
Dalla sera del giovedì 20 giugno alla sera del martedì 23 luglio 2002 la Sindone era rimasta fuori della sua teca e della sua cappella. Vi ritornava in qualche modo ringiovanita. Ma quanta strada si era dovuto percorrere da quando era entrata per la prima volta nella ‘teca Alenia’, nel novembre del 2000, a ostensioni ultimate.
 
2. L’idea di un intervento conservativo sulla Sindone, sulla base di quello che era stato operato dalle Clarisse di Chambéry nel 1534, era stata ventilata molto tempo prima all’interno della Commissione per la conservazione della Sindone.
Il cardinale Saldarini, che aveva ricevuto l’affidamento della Sindone nel periodo della massima polemica seguita alle analisi del C14, aveva la consegna di non pensare a nuove ricerche scientifiche e di affrontare invece sistematicamente il problema della conservazione della Sindone stessa. Costituì perciò nel 1991 un piccolissimo gruppo di lavoro con l’incarico di preparare un incontro di persone competenti a trattare il problema della conservazione. Eravamo tutti nuovi in imprese organizzative sindoniche, fortemente condizionati da un passato che pesava come un macigno. La consegna di muoverci nel totale riserbo era strettissima fin dall’inizio. Il 7 settembre 1992 una piccola commissione, ancora un po’ informale, dopo una giornata di preparazione trascorsa a Pianezza, ebbe la fortunata ventura di contemplare la Sindone, per parecchie ore, nella sacrestia del Duomo (ora la chiamiamo la ‘sacrestia vecchia’, ma gli storici del Duomo dicono che non è la più antica), con il compito di formulare giudizi e pareri per la sua conservazione. Incominciarono a fioccare le proposte per migliorare una condizione che, se aveva la sua spiegazione nelle vicende storiche del Telo, non corrispondeva alle acquisizioni della scienza della conservazione dei tessuti antichi.
L’osservazione più preoccupante riguardava la presenza delle pieghe sulla figura sindonica, specialmente sul volto: sempre più numerose e aggressive. Tutti furono d’accordo nel richiedere che la Sindone non fosse più conservata arrotolata; inoltre che fosse liberata dai numerosi legami che la tenevano stretta: la ‘fodera’ superiore, la cornice di seta tra l’azzurro e il verdastro, le stecche d’argento presenti nei lati corti della cornice. Si parlò anche - come di un’utopia - della liberazione dalle toppe, riprendendo un discorso che si era già affacciato nel 1969, durante il lavoro della commissione scientifica creata dal Cardinale Pellegrino.
 
3. Di tutto questo non si fece nulla. La Sindone doveva tornare nel suo ripostiglio, nella ‘gloria’ dell’altare del Bertola, e di là non si sapeva quando avrebbe potuto essere rimossa. La Provvidenza però guidava le cose in un modo misterioso di cui solo alla fine riuscivamo a seguire un po’ gli intrecci. Il 4 maggio1990, festa della Sindone, nella cappella del Guarini si staccarono dai costoloni della cupola alcuni pezzi di marmo. Stava terminando la Messa del giorno festivo e, se i pezzi di marmo avessero colpito qualche partecipante alla funzione, poteva essere una tragedia. Non successe nulla, ma le autorità decisero di chiudere la Cappella e di intraprendere un restauro radicale della cupola del Guarini. Che ne sarebbe stato della Sindone? In dialogo con la soprintendenza, il cardinale decise di trasferirla nel coro del Duomo, in un piccolo monumento di vetro progettato dall’architetto Bruno. Il 24 febbraio 1993, mercoledì delle ceneri, la Sindone lasciava quella cappella che era stata costruita per essa e inaugurata trecento anni prima, nel 1694. Rimase nel coro del Duomo per quattro anni. Era passata da una decina di giorni la Pasqua del 1997, quando nella notte tra il venerdì 11 aprile e il sabato 12 un furioso incendio portò il panico nel Duomo, sconvolse un’ala del palazzo reale e seminò distruzione nella cappella del Guarini. La Sindone non subì alcun danno, ma si allontanò per un anno dalla sua sede abituale.
 
4. Tutti questi movimenti stimolarono la Commissione della conservazione, che si radunava di tanto in tanto, ad approfondire le riflessioni iniziate nel 1992. Il cardinale Saldarini era sempre più convinto che non era più eludibile la richiesta di conservare stabilmente la Sindone in posizione distesa, di riposo, su un lettino. Ma questo esigeva un ripensamento dell’architettura della cappella del Guarini, che invece era stata progettata a pianta circolare, in funzione di un contenitore poco più largo di un metro: ora occorreva situare un contenitore quattro volte più grande, senza toccare le strutture architettoniche antiche. Suggerimenti, tentativi, proposte si susseguivano senza posa in un confronto che vedeva architetti, rappresentanti della Soprintendenza, membri della commissione in dialogo continuo. Prima che fosse trovata una soluzione soddisfacente, giunse la terribile notte dell’incendio. Purtroppo la cappella del Guarini non avrebbe più costituito problema per molti anni; si trovò allora facilmente l’accordo sulla cappella sottostante la tribuna reale, all’estremità sinistra del transetto, in Duomo. Da allora, è quella la ‘cappella della Sindone’.
A questo punto valeva la pena riprendere tutte le tematiche della conservazione toccate all’inizio. Venne invitato a fare parte del gruppo e a dare il suo contributo uno scienziato americano, che univa a una rara competenza e autorevolezza un amore unico per la Sindone. Alan Adler era stato una conquista di Padre Rinaldi, un salesiano piemontese trapiantato in America, dove diffuse l’interesse più appassionato per la Sindone. Ora egli divenne il legame provvidenziale che ricucì i rapporti con i ricercatori sindonologi americani e permise di ricuperare la ricca tematica delle loro ricerche. Venne a Torino a più riprese, fino al simposio di Villa Gualino, nel marzo del 2000. Poco dopo giunse, il 12 giugno, improvvisa la morte, che gli impedì di partecipare alla seconda ostensione. A lui dobbiamo molti suggerimenti per la conservazione, come quello di mantenere la Sindone in atmosfera di gas inerte.
 
5. Adler era molto preoccupato dei possibili effetti dannosi dei residui dell’incendio presenti sotto le toppe applicate dalle suore di Chambéry. Quando parlava nella commissione, egli non rifuggiva dalle ipotesi più avanzate, che rimanevano nel cassetto dei sogni: avvenne così anche con la proposta (non nuova, ma arricchita ora del peso della sua autorità) di staccare toppe e fodera dalla Sindone, che rimase per qualche anno lettera morta. Ma al momento delle nuove fotografie ufficiali, nel 2000, l’idea tornò a emergere, quando si evidenziò sempre più il sudiciume che si doveva essere accumulato fra le toppe e la fodera.
Negli anni precedenti erano già stati fatti interventi liberanti, quali l’asportazione della cornice di stoffa e delle stecche d’argento, e sempre se ne era verificato il vantaggio su un Telo che tornava poco per volta a respirare: non era consigliabile portare a termine l’operazione in modo definitivo? La riflessione fu lunga, ma alla fine la parola illuminante venne dalla dottoressa Carla Enrica Spantigati, soprintendente per i beni artistici e storici del Piemonte, membro della Commissione: quasi cinquecento anni di convivenza tra Sindone, telo d’Olanda e toppe conferiscono veramente una caratteristica di tradizione stabile nella vita di un reperto. Per rispetto a questa storia e alla tradizione di generazioni di fedeli e visitatori della Sindone che la conoscono con queste caratteristiche sarebbe da consigliare la permanenza nella situazione attuale. Se però ci sono motivi seri che fanno pensare a un vantaggio rilevante per la conservazione della Sindone stessa quando si tolgano toppe e fodera, allora quelle ragioni possono cedere il passo alle esigenze emergenti dell’oggetto stesso.
Tutta la Commissione aderì a questo modo di ragionare e venne stilato un documento, a firma di tutti, per presentare al Custode pontificio il nostro parere. Il Cardinale Poletto lo esaminò e decise di farlo giungere al Papa. Fu il Cardinale Segretario di Stato che lo portò al Papa, ed egli lo prese personalmente in considerazione e dette il permesso per l’intervento. La risposta del Cardinale Sodano, Segretario di Stato, porta la data del 3 novembre 2001.
 
6. Ottenuto il permesso, tutto consigliava di procedere alla realizzazione senza ritardi. Ma restava una quantità non indifferente di problemi da risolvere. Primo fra tutti, il luogo nel quale portare la Sindone per eseguire il lavoro. L’11 settembre del 2001, con l’abbattimento delle ‘torri gemelle’ a New York, aveva lasciato nella coscienza dell’Occidente opulento la consapevolezza della sua vulnerabilità e nelle grandi città italiane erano stati identificati punti importanti, che potevano divenire oggetto di attentati. A Torino la Sindone stava in cima alla lista. In un incontro fra autorità civili e autorità religiose si era discusso sulla necessità di trovare un rifugio per la Sindone, concludendo però in favore dello ‘status quo’. Ma ora, con lo spostamento, non sarebbero aumentati i pericoli? Era sufficiente una fuga di notizie per innescare una catena perversa di reazioni a danno di un oggetto tanto prezioso.
Furono presi in considerazione vari ambienti, ma alla fine il Cardinale Poletto, Custode pontificio, decise per la ‘sacristia nuova’, che aveva già ospitato tutte le operazioni preparatorie e successive alle ultime ostensioni: la Sindone non esce dall’area del Duomo; si prenderanno tutte le precauzioni necessarie. La prima era il silenzio: si decise di dire a tutti quelli che potessero chiedere eventuali informazioni che non stava succedendo proprio niente (la forza delle restrizioni mentali!). Intanto venne l’allertamento della polizia, il ricorso ai fedelissimi ‘Cittadini dell’ordine’ (uno di essi aveva già fatto servizio in tutte le ostensioni, fin dal 1978) e l’esecuzione di una staccionata che continuava con naturalezza quella del cantiere del sottoduomo e intanto creava una specie di vallo tra la ‘sacrestia nuova’ e la piazza.
 
7. I preparativi furono rallentati dalla riflessione e discussione sui particolari dell’intervento sulla Sindone. Si era tutti d’accordo che il vecchio telo d’Olanda poteva solo essere musealizzato, date le sue condizioni precarie, soprattutto in materia di pulizia. Le toppe quale fine avrebbero fatto? Dovevano seguire la sorte della fodera; ma era il caso di pensare a una sostituzione? Nonostante ci fosse stato un orientamento preciso per il no nella proposta del novembre 2000 e questo orientamento fosse stato accettato dal Custode pontificio e dal Papa stesso, si volle ancora lasciare una porta aperta alla riflessione: le ultime decisioni dovevano essere prese in corso d’opera.
Ma presto si vide che non era necessario ritornare sulla discussione. Mechthild Flury Lemberg giunse all’ultimo incontro preparatorio con un facsimile del lavoro che ella proponeva di eseguire sulla Sindone: su un pezzo di tela ‘similsindonica’ (preparata e colorata da Piero Vercelli) era stata eseguita una bruciatura simile a quelle che si osservano sulla Sindone e sotto era stato applicato un pezzo della fodera che avrebbe sostituito quella storica. Telo ‘similsindonico’ e fodera erano fermati da una cucitura quasi invisibile di fattura perfetta. Tutti i membri della Commissione giudicarono il risultato conservativo veramente convincente e fu facile confermare la decisione primitiva di allontanare le toppe senza procedere a una loro sostituzione.
Non voglio tediare il lettore con la relazione di tutto il lavoro preparatorio che portò al risultato definitivo. Non ha senso dire che fu un lavoro ottimale, ma umanamente è possibile affermare che si cercò di non lasciare nulla al caso e di evitare qualsiasi forma di rischio.
 
8. Restava una grande preoccupazione: documentare il più possibile quanto sarebbe accaduto e acquisire il più gran numero di dati da mettere a disposizione della comunità degli scienziati. A lavoro ultimato l’aspetto della Sindone sarebbe risultato parzialmente nuovo, ma non era pensabile una ostensione che ne permettesse la visione a un gran numero di persone: occorreva dunque provvedere a una immediata acquisizione di immagini da diffondere al più presto. In corso d’opera poi sarebbe stato visibile il lato solitamente nascosto della Sindone stessa, il retro, quando fossero state tolte fodera e toppe. Ma sarebbe stata una situazione provvisoria, perché era assolutamente necessario applicare una nuova fodera: il telo sindonico ha certamente conservato una robustezza eccezionale, pur avendo affrontato tante peripezie, durante la sua storia, ma ha bisogno di un sostegno, sia per poter essere maneggiato con sicurezza in occasione delle ostensioni sia soprattutto perché possano essere fermate le parti danneggiate dall’incendio del 1532. Ad applicazione avvenuta della nuova fodera, il retro o verso della Sindone sarebbe tornato invisibile per chi sa quanto tempo.
Alle immagini si pensò di provvedere in più modi: ricorrendo allo Studio Giandurante, che aveva già fatto le foto ufficiali del 1997 e del 2000, per ottenere nuove foto tradizionali (con apparecchi normali e con apparecchi digitali) del retto della Sindone e foto ancora tradizionali (le prime e per molto ancora le uniche) del verso della Sindone sia in visione globale sia in particolari ridotti; attuando un programma di scannerizzazione totale della superficie sindonica sia nel retto sia nel verso (affidato all’équipe di Paolo Soardo dell’Istituto Elettronico Nazionale Galileo Ferraris, che aveva già fatto una realizzazione parziale di scannerizzazione nel 2000); il tutto doveva essere accompagnato da riprese fotografiche istantanee dei principali momenti di esecuzione dei lavori, per una documentazione in appoggio ai verbali (vi avrebbero pensato Giuliano Marchisciano e i suoi collaboratori). Riprese televisive vennero effettuate da un team di Telesubalpina (Daniele D’Aria e Vittorio Billera) in momenti particolarmente significativi.
 
9. Si discusse pure sulla possibilità di raccogliere altri dati e si dovettero affrontare, come sempre, anzitutto le difficoltà del tempo e poi quelle della natura stessa della Sindone, alla quale non si poteva fare correre alcun rischio. Si escluse ad esempio la spettroscopia di fluorescenza a RX, di natura delicata e di cui esistono ancora alcuni risultati delle misurazioni del 1978. Si decisero invece rilievi spettrofotometrici per riflettanza UV VIS, spettri di fluorescenza e spettri Raman sul verso della Sindone. Oggetto di particolare discussione fu l’eventualità di operare miniprelievi sul verso della Sindone. La tendenza prevalente era per il no, essendo stato scelto il criterio dei rilievi solo visivi, ma c’era chi faceva notare che sul verso non si sarebbero più potuti fare interventi per un periodo probabilmente non breve. La questione fu risolta in modo di compromesso dal Custode pontificio, che permise alcuni prelievi con nastro adesivo (completati, negli stessi luoghi, con processo di aspirazione), riservandosi l’esclusiva dell’uso di quel materiale, che viene conservato nel suo archivio sindonico. Il corso degli avvenimenti avrebbe poi reso parzialmente superflua questa discussione, perché quanto venne raccolto al momento dell’allontanamento delle toppe e della pulizia dei buchi prodotti dall’incendio procurò una quantità insospettata di materiale per esami futuri.
 
10. Un capitolo a sé è rappresentato dalla preparazione degli strumenti per le varie fasi del lavoro. Per il trasporto della Sindone venne usato il ‘lettino Microtecnica’, su cui giace abitualmente la Sindone, e il tavolo mobile basculante, che permise di affrontare il brevissimo viaggio senza sussulti. Nella ‘sacrestia nuova’ vennero usati ancora il ‘lettino Microtecnica’ sul tavolo mobile basculante e, in alternanza, il ‘lettino Bodino’ e un tavolo doppio, conservato dai lavori precedenti e riattato per la prima fase delle riprese fotografiche. Il problema della scannerizzazione e della movimentazione degli apparecchi di ripresa al di sopra della superficie sindonica fu risolto con la costruzione di un ponte mobile (il ‘ponte ADL’) applicato al tavolo basculante (realizzato già nel 2000 dalla ADL). Per le necessità della cucitura, che richiedeva sotto il telo sindonico e la sua fodera un superficie dura e liscia, che rimandasse l’ago ricurvo usato dalle operatrici, sul ‘letto Bodino’ fu applicata una superficie di vetro e su di essa sarebbe stata adagiata la nuova fodera con la Sindone sopra. A disposizione degli operatori la signora Irene Tomedi aveva posto un videomicroscopio (ingrandimento da 80 a 450 volte) con elementi ottici terminanti all’estremità di un cavo a fibre ottiche, fornito di un monitor, di una stampante e di possibilità di registrazione digitale: esso permetteva una visione perfetta di tutti i particolari del tessuto, distinguendo le sostanze inquinanti dalle crosticine di sangue, e dava sicurezza all’azione di pulitura delle operatrici. Alla strumentazione si aggiungeva ancora un delicato aspiratore e un vaporizzatore a ultrasuoni, oltre a una serie di vetrini e di pesi di piombo, per operare piccole pressioni distensive sulle pieghe della Sindone. Per la protezione del telo sindonico si ricorreva spesso alla carta riso giapponese, anacida; per il trasferimento da un lettino all’altro si usava un grande foglio di carta melinex, resistente e facilmente rimovibile.
 
11. L’esecuzione del programma conservativo avvenne in tre tempi: a) asportazione della vecchia fodera (il famoso ‘telo d’Olanda’) e delle toppe ed effettuazione dell’intervento ‘distensivo’ sulle pieghe nella parte del verso del telo sindonico (21-25 giugno); b) fotografie, rilievi spettrofotometrici e scannerizazione del verso e del retto (26 giugno-15 luglio); c) fissazione della nuova fodera anzitutto nelle aree dei buchi e poi lungo tutto il perimetro, ultima azione fotografica per fissare in immagine la nuova figura della Sindone, misurazione della Sindone nella nuova sistemazione (16-23 luglio). La fase b), che richiese il maggiore impiego di tempo, comprese anche la preparazione della nuova fodera e una sua prima provvisoria fissazione, tramite impuntura del solo lato superiore, per dare alla scannerizzazione del lato anteriore (il retto sindonico) la visione definitiva dei buchi già colmati dalla fodera.
Nella scansione dei tempi del programma si verificò di solito uno scarto in risparmio da parte delle cucitrici e uno scarto in perdita da parte degli operatori dei rilievi. Cucitrici furono Mechthild Flury Lemberg e Irene Tomedi. La prima era stata invitata a interessarsi alla Sindone fin dal tempo della preparazione dell’analisi del C14, a metà degli anni ‘80 (ma aveva poi lasciato il gruppo), e in seguito, a partire dal 1992, non era mai mancata a nessuno dei nostri incontri. Dal punto di vista del tessuto è oggi la più grande autorità in campo sindonico. La seconda, formatasi presso la Flury nella scuola di restauro della Fondazione Abegg, a Riggisberg, nei pressi di Berna, opera da vent’anni come restauratrice in tutta Italia. L’intesa fra le due restauratrici fu sempre perfetta.
“Non sottovalutiamo le difficoltà della scucitura”, ripeteva la dottoressa Flury Lemberg. Un’incognita iniziale era proprio costituita dalla cucitura splendida ma fittissima con cui le Clarisse di Chambéry avevano fissato il telo sindonico alla fodera e alle toppe. Un aiuto insperato venne dai bisturi procurati da Pier Luigi Baima Bollone: piccoli, appuntiti, taglientissimi, nelle mani delle operatrici sostituirono le forbicine troppo lente, faticose e insicure e operarono miracoli.
Operatori dei rilievi furono i tecnici coinvolti da Piero Savarino (la spettroscopia Raman fu eseguita dai dottori Tagliapietra e Corsi, gli esami in riflettanza e fluorescenza dai dottori Pellegrino e Caldironi) e l’équipe di Paolo Soardo (Giuseppe Rossi, Paola Iacomussi, Natalia Bo). A essi si aggiunsero, per le riprese in fluorescenza, gli ispettori della polizia scientifica di Torino Diego Ambroggio e Carlo Marchese, alle dipendenze del dottor Maurizio Celia.
 
12. La scoperta impressionante venne all’apertura delle toppe, che si rivelarono autentici contenitori di residui carboniosi e di depositi di cascame sporco. Era la conferma della necessità dell’intervento conservativo che si stava operando. Ma intanto incominciava il problema della gestione di quel materiale, che in gran parte proveniva dalla Sindone primitiva e comunque era stato per secoli a contatto con essa. Piero Savarino, consulente scientifico del Custode pontificio, portò un’intera batteria di contenitori, che vennero sistematicamente etichettati e accolsero quanto proveniva dai vari punti del telo, qualificati tutti secondo una mappatura utilizzata già durante i lavori del 2000 su una foto sindonica a grandezza naturale. Parecchi facsimili sindonici in questi giorni vennero impiegati per vari usi, perché la raccolta di dati avvenne nelle forme più varie e occorreva predisporre una garanzia di riconoscimento per ognuno dei rilievi operati. Tutti i particolari dell’esecuzione quotidiana dei lavori venivano registrati nel verbale, affidato alla segretaria della Commissione, Suor M. Clara Antonini, e ai suoi collaboratori. In alcune circostanze si ritenne però di ricorrere alla garanzia del Cancelliere arcivescovile, che funge da notaio in foro ecclesiastico per tutti gli eventi che coinvolgono la Sindone. Ciò avvenne quando sul lato del retro ci si trovò in presenza di piccoli fili sporgenti, frutto di ineguaglianza del tessuto e che le restauratrici consigliavano di asportare. Nulla è insignificante nella Sindone e tutto può rivelarsi prezioso ai fini della ricerca. Era perciò necessario garantire l’autenticità di ogni più piccolo resto o frammento. La stessa cosa era necessaria, e fu fatta, per i miniprelievi di cui s’è parlato sopra (n. 9). Il Cancelliere arcivescovile controllò anche le operazioni di archiviazione e raccolse tutti i piccoli contenitori in un unico contenitore generale, vi appose il sigillo arcivescovile e ritirò egli stesso il materiale, che resterà così a disposizione della Santa Sede, del Custode pontificio e - quando il Papa lo giudicherà opportuno - degli scienziati ai quali saranno affidate le future ricerche.
 
13. Allontanate le toppe, venne alla luce la realtà dolorosa degli effetti dell’incendio del 1532. Si guadagnò, è vero, quasi ovunque un po’ di stoffa, perché le Clarisse avevano ripiegato all’interno gli orli della stoffa danneggiata, ma fu necessario fare i conti con i margini carbonizzati dei buchi prodotti dall’incendio. Molti frammenti si erano già staccati e costituivano la polvere finissima di carbone presente sotto le toppe, ma evidentemente il processo di carbonizzazione aveva ‘camminato’ (come aveva affermato Adler) e non si era probabilmente ancora arrestato. Quale intervento si doveva operare? Il taglio della parte carbonizzata per giungere sulla parte di stoffa certamente indenne avrebbe prodotto un effetto innaturale e devastante. Si decise di asportare con le pinzette tutto il materiale che avrebbe ceduto alla trazione, per giungere a quell’orlo color marroncino che lasciava intuire la realtà dell’antico disastro. Si raggiunse così il risultato di un telo non più alterato dall’intrusione delle toppe, ma pur segnato, in quei sottili orli abbrunati, come da cicatrici di un drammatico evento.
 
14. La seconda fase del lavoro partì dalla condizione della Sindone con il verso in evidenza, rivolto verso l’alto, e terminò con il ritorno alla visione della parte dell’immagine. Il verso della Sindone confermò quanto già si era potuto stabilire nella scannerizzazione parziale del 2000: sul verso del telo sindonico era visibile tutto il sangue, che era trapassato in una forma così totale da costituire rimando sicuro per l’identificazione del punto corrispondente sul retto; non era invece riconoscibile nessuna traccia di immagine. L’unico punto di possibile discussione era costituito dal volto, perché nel verso sembravano identificabili le due bande dei capelli. Si insistette perciò molto nella rincorsa dei particolari acquisibili con tutti i mezzi di rilievo. In attesa delle analisi che verranno fatte a partire da questi dati, i presenti si trovarono d’accordo nell’attribuire l’impressione di immagine per quel solo punto di tutta la superficie sindonica al fatto che le due bande portano tracce del sangue trapassato dalla superficie facciale e al fatto che in quel punto, soprattutto sulla parte destra, è presente una striscia più oscura sul tessuto stesso, dovuta a qualche causa insudiciante.
 
15. Qualche difficoltà nel coordinare gli interventi, soprattutto per dare il tempo alla consegna degli strumenti, portò ad alcuni giorni di lavoro ridotto. Essi furono però sempre sfruttati per un completamento della documentazione e per la distensione del telo sindonico dalla parte del verso. I problemi più grandi si erano presentati nella preparazione della scannerizzazione. Come si sarebbe potuto affrontare l’enorme superficie della Sindone e come si sarebbero potute gestire le acquisizioni in seguito? Le informazioni sulla strumentazione da usare dovettero limitarsi per motivo di tempo (non si doveva andare oltre il mese di luglio, per non correre il rischio di finire in periodo di ferie) e, alla resa dei conti, si poté disporre solo di una possibilità di ripresa del formato A 4. Si dovettero, di conseguenza, eseguire per ognuna delle due superfici 102 riprese. I tempi di sospensione venivano sfruttati per ottenere il ‘back up’ dei dati immagazzinati. Saranno gli operatori stessi, in sede opportuna, a descrivere le sorprese innumerevoli che li fecero rimanere col fiato sospeso fino al termine del lavoro. Nella nostra pubblicazione non è ancora possibile offrire un numero congruo di riproduzioni del lavoro degli scannerizzatori, perché il tempo necessario per l’elaborazione del materiale raccolto e l’identificazione delle singole immagini supera il tempo di preparazione di questa prima relazione, che vuole dare una comunicazione tempestiva di tutta l’azione, dovendo però fare i conti con le interruzioni della pausa estiva.
 
16. La nuova fodera, su cui ora si adagia la Sindone, è un lino grezzo, donato da Mechthild Flury Lemberg. L’aveva comprato suo papà in Olanda (ancora ‘telo d’Olanda’!) una cinquantina d’anni fa per eventuali usi familiari, che poi non ci furono. La signora Flury lo lavò più volte per disapprettarlo e conferirgli morbidezza, senza però né candeggiarlo né colorarlo. Esso conserva pertanto il suo carattere di tessuto chimicamente non trattato e il colore avorio intenso, che dà rilievo morbido ai vuoti dei buchi lasciati dall’incendio del 1532. La sua struttura tessile è normale, dunque molto meno elaborata che quella del telo sindonico, dal quale anche per questo è facile distinguerla.
 
17. Le fotografie eseguite dall’équipe di Gian Carlo Durante (Giuseppe Cavalli, Daniele Demonte, Tiziana Durante) con la consulenza di Nello Balossino non poterono fruire della stessa preparazione elaborata del 2000, ma riportano ugualmente le caratteristiche di totale affidabilità dello Studio che ha accumulato la maggiore esperienza in assoluto in campo di fotografia sindonica. Il verso della Sindone è stato fotografato con la Sindone posizionata sul ‘terzo tavolo’, retto da cavalletti con angolatura non perfettamente ortogonale (circa 105°), mentre il lato con l’immagine, fotografato al termine di tutte le operazioni, era retto dal tavolo basculante in posizione perfettamente ortogonale. Per fotografare il verso della Sindone fu impiegato un trabattello su cui era posizionata la macchina fotografica, mentre per il lato dell’immagine la macchina fu posizionata su tripiede a terra. Come già per le foto del 1997 e quelle del 2000, anche per quelle del 2002 Gian Carlo Durante rinunciò generosamente a tutti i suoi diritti, lasciando unica proprietaria delle foto l’Arcidiocesi di Torino.
Fuori programma particolarmente prezioso fu la ricognizione di particolari del telo sindonico eseguita con il microscopio della signora Tomedi. L’elemento ottico poté essere fissato al ponte mobile, in modo da potersi muovere da punto a punto e poi mantenere l’immobilità necessaria per le riprese. Vennero presi di mira soprattutto i punti di maggiore addensamento ematico e si vide subito il vantaggio della conservazione di immagini estremamente suggestive. La registrazione venne fatta su cassette digitali e fu motivo di commozione grande per quanti ebbero occasione di prenderne visione in quei giorni. La sua suggestività è particolarmente accentuata dall’effetto del filmato prodotto dal nastro stesso. Il collegamento immediato con la stampante rendeva contemporaneamente possibile la fissazione fotografica del particolare che destava interesse.
Al microscopio si ricorse ancora per la registrazione di particolari di altri teli, provenienti dal Museo della Sindone, al fine di stabilire un confronto fra il telo recante la vera immagine sindonica e altri ottenuti in tentativi di riproduzione di quell’immagine.
 
18. Al termine della seconda sezione venne smontato il ponte mobile fissato al tavolo basculante. Ideato da Giangi Ardoino, era stato eseguito a tappe forzate dalla ditta ADL e si dimostrò uno degli strumenti di lavoro più preziosi. Correva su rotaie fissate ai lati del tavolo basculante e contemporaneamente copriva trasversalmente tutta la superficie sindonica, reggendo gli strumenti che di volta in volta gli vennero applicati: lo scanner, l’elemento ottico o rilevatore del videomicroscopio, la macchina fotografica per le foto a fluorescenza, i sensori per i rilievi spettrofotometrici. Due nastri, dotati di numeratore digitale delle distanze, permettevano di individuare automaticamente l’entità degli spostamenti e di fissare il posizionamento di ogni operazione sul lato lungo e sul lato corto del telo. Certo, il ponte mobile non risolveva tutti i problemi (motivo di affanno, per gli scannerizzatori, fu la verifica della possibilità che lo scanner operasse le riprese anche nella posizione rovesciata dell’apparecchio), ma indubbiamente senza di esso molti rilievi sarebbero stati impensabili.
 
19. L’ultima fase del lavoro lasciava disoccupati la maggior parte dei membri della Commissione e pesava totalmente sulle restauratrici. Mechthild Flury Lemberg aveva curato la perfetta aderenza del telo sindonico a quello della nuova fodera e Irene Tomedi si impegnava in particolare nella fissazione dei buchi delle bruciature. Il lavoro procedeva con celerità e quanti si affacciavano su di esso non riuscivano a distinguere i buchi già sistemati dagli altri, tanto era invisibile l’intervento del restauro. Sottilissimi e un po’ ricurvi gli aghi, quasi sfuggente (come un ‘capello d’angelo’!), eppure robusto, il filo di seta che veniva impiegato. E’ interessante controllare sulle fotografie la superficie circostante i buchi, per verificare quanto è visibile dell’impuntatura.
La fissazione dei margini della Sindone a quelli della fodera venne eseguita con un filo più corposo. Un piccolo problema fu presentato dalle zone in cui era stato asportato (in epoca antica) qualche parte del tessuto sindonico, soprattutto alle estremità della striscia superiore (in posizione ostensiva). Il precedente ‘telo d’Olanda’ si protraeva per tutta la lunghezza originale del telo sindonico e anche ora occorreva ricostruire quanto mancava. La cosa non era facile, perché il telo sindonico non è perfettamente rettangolare, bensì si allunga alle quattro estremità. L’esperienza delle restauratrici venne a capo felicemente di questo problema. Il Cardinale Poletto, accompagnando Mons. Romeo, Nunzio apostolico in Italia, di passaggio a Torino, fu il primo a felicitarsi con esse per il risultato della loro fatica.
 
20. Chi osservava la Sindone gioiva per la sua bellezza distesa. I segni delle peripezie continuavano a parlare del cammino accidentato che aveva percorso questo Telo santo, in mezzo agli uomini, lungo i secoli. Ma la drammaticità sembrava avere acquistato un tono di serenità, nell’accettazione di insulti che non si pretendeva più di nascondere e che si affiancavano alle grandi testimonianze di sofferenza presenti nell’immagine. Era ancora la stessa Sindone, ma anche la distensione avvenuta nelle pieghe, che rinunciavano all’arcigna aggressione che aveva reso tanto accidentato il telo, portava una gradita novità.
Per caso, quella novità si estendeva anche alle dimensioni del Telo? I primi segnali di un piccolo mutamento nelle dimensioni li avevano colti già gli operatori della scannerizzazione, che avevano dovuto rivedere le misure dei margini di sovrapposizione in ogni campo di ripresa. La verifica venne fatta al termine di tutte le operazioni sul telo, per acquisire le misure definitive della Sindone, come sarebbe tornata nella teca della sua cappella. La eseguirono Bruno Barberis e Gian Maria Zaccone, che constatarono l’avvenuta crescita nella proporzione di alcuni centimetri, sulla base di misure che essi avevano già effettuato nel 2000. E’ noto che le misure della Sindone possono variare a seconda della tensione a cui è sottoposto il telo. Ma un paio di dati possono essere indicativi: guardando la Sindone in posizione ostensiva (figura frontale a sinistra e dorsale a destra), il lato in basso misurava nel 2000 cm. 437,7 e nel 2002 cm. 441,5; il lato alto (meno indicativo, perché le estremità sono costituite solo dalla fodera, essendo state tolte, anticamente, due porzioni del telo originale) nel 2000 era lungo cm. 434,5 e nel 2002 cm. 442,5; l’altezza alle estremità (con valore relativo, per la causa ora accennata) rispettivamente cm. 112,5 a sinistra e 113 a destra nel 2000 e cm. 113 a sinistra e 113,7 a destra nel 2002.
 
21. La presente pubblicazione offre una prima documentazione della storia che abbiamo terminato ora di narrare. La fotografia globale darà l’evidenza del nuovo volto della Sindone. La successione dei particolari permetterà di seguire analiticamente lo svolgimento dei lavori. La presenza di alcune foto documentarie concederà una visione dell’ambiente del lavoro e di alcune delle persone che vi hanno partecipato. Un ridottissimo numero di immagini scannerizzate costituisce un piccolo anticipo della pubblicazione scientifica che coronerà tutto il lavoro.
Quanti hanno partecipato a questa stagione di interventi ringraziano per il dono che hanno ricevuto dal Signore, per la fiducia che è stata loro dimostrata dalla Santa Sede e dal Custode pontificio e per l’aiuto che è stato ad essi prestato da un numero incalcolabile di collaboratori e amici.

Giuseppe Ghiberti