Un orientamento
intermedio è assai difficile ed è giudicato severamente da chi sta al di fuori, quasi si
trattasse di una scappatoia di comodo. In realtà è l'unico corretto: non indifferenza o
assoggettamento ai risultati della ricerca scientifica, bensì interesse rispettoso e
autonomia nei loro riguardi, perché non sono quei risultati a peggiorare o facilitare il
cammino di fede del credente. Questo atteggiamento è stato tenuto, sotto la direzione
dell'Arcivescovo di Torino, nella proposta del pellegrinaggio alla Sindone in occasione
della recente ostensione solenne. A esso il Papa ha dato la conferma del suo magistero.
Di dove prende le mosse questo atteggiamento? Dall'attenzione data alla realtà sindonica
pura e semplice e da un confronto con la sua storia, almeno quella che riusciamo a seguire
con documentazione ininterrotta.
La Sindone in sé non è altro che un telo che porta impressa un'immagine. Quest'immagine
è prevalentemente frutto dell'imbrunimento della parte superficiale dei fili di lino;
fanno eccezione alcune macchie nella tonalità del rosso, di varia intensità (ma
prevalentemente debole, si direbbe stinta). Allo stato attuale della ricerca mi pare che
sia lecito parlare tranquillamente di macchie di sangue.
L'immagine presente sul lenzuolo è la componente più importante della Sindone e le
conferisce il suo carattere assolutamente eccezionale. La figura dell'immagine è quella
di un uomo in posizione di immobilità cadaverica e la ubicazione delle macchie di sangue
suggerisce l'identificazione delle cause della sua morte. E' generalmente ammesso, senza
controversie, che si tratta di morte per crocifissione: la medicina legale vede la
coincidenza tra i segni delle torture presenti nella figura della Sindone e quanto
sappiamo dalla letteratura antica sulle modalità (non del tutto univoche) della
crocifissione. E' quanto si evince soprattutto dalle ferite ai polsi e ai piedi e dagli
angoli di caduta delle colature del sangue.
Altri segni di sofferenza colpiscono anche il comune osservatore: la fittissima ragnatela
di colpi che hanno lasciato il segno sul dorso, sui glutei, sui polpacci e, in misura
molto minore, anche sulla parte frontale del torso; inoltre un denso e vario versamento di
sangue nella parte anteriore e posteriore del capo; infine la strana e impressionante
ferita sul lato sinistro del petto (6).
Per chi conosce la vicenda della sofferenza di Gesù narrata nei vangeli è spontaneo
rilevare la coincidenza fra la storia di dolore del racconto evangelico e quella del
racconto in immagine della Sindone. Il primo porta l'informazione del nome del crocifisso
e delle cause di quella esecuzione capitale; il secondo insiste solo sui particolari delle
torture, descrivendoli con una intensità sconvolgente. Un moto istintivo spinge chi
guarda la Sindone a pensare e rivivere la passione di Gesù, prima ancora che si sia
pronunciato un qualsiasi giudizio sull'origine di quell'immagine. E' questo passaggio
istintivo dalla Sindone ai vangeli e, attraverso i vangeli, alla sofferenza di Gesù e al
significato di quella sofferenza ciò che accomuna l'esperienza del pellegrino o del
'devoto' di oggi a quella di chi lo ha preceduto nei secoli. Lungi dall'essere
irrazionale, questo moto è però prescientifico; ma non per questo è illegittimo(7): prende le mosse da una constatazione reale,
incontrovertibile, ed è confortato da una tradizione ricca di impegno di vita.
Tutto il resto avrà diritto di cittadinanza, ma dopo, senza condizionare la validità di
quel primo moto e del rapporto che ne segue. La scienza ha la funzione di fare conoscere
di più, di rispondere ai più legittimi interrogativi, ma non ha nessun giudizio da
pronunciare sul collegamento che s'è creato fra mente, cuore, vita di chi ha preso
contatto con quel lenzuolo e il messaggio che da esso promana(8). |