Invito alla meditazione
La Sindone è una realtà povera, debole, umile, e deve essere accettata così; ma è anche un segno estremamente espressivo, efficace, impegnativo.
È debole, la Sindone, perché non ha l'efficacia sacramentale dell'Eucarestia, ma è solo un rimando a quel "corpo dato per voi", a quel "sangue sparso per voi".
Non mi permette nemmeno la soddisfazione che mi dà l'immagine di una persona cara: davanti alla foto di mia madre so benissimo che non è la sua persona, ma dico senza riserva: "Mamma cara"; davanti alla Sindone, lo faccio solo passando attraverso i vangeli:
"o Signore, torturato come quest'uomo".
Meno che mai la Sindone è un mezzo necessario per giungere alla salvezza: per molti non è importante, per moltissimi non fu e non è conosciuto, e ciò non ha diminuito la loro consapevolezza d'impegno per una risposta all'invito di Cristo.
La Sindone non è accettata nemmeno come compagnia lecita in un cammino verso Dio da tanti fratelli credenti della mia e soprattutto di altre confessioni.
Dunque un ben povero segno, la Sindone, e, quando la si concettualizza, diventa anche cosa assai complicata.
Però la Sindone c'è, e dice le stesse cose che dice il Vangelo sulla morte e sepoltura di Gesù, anzi diventa segno proprio e solo attraverso il Vangelo. Le dice in un modo come nessun altro le dice, e le dice oggi, nella cosiddetta "civiltà dell'immagine".
Si direbbe - ha detto una volta l'attuale Papa - che questo segno abbia atteso il nostro tempo per manifestarsi a un garn numero di persone.
Queste cose le dice a me, per aiutarmi a diventare io stesso, sempre di più, cassa di risonanza di quel messaggio. Questà povertà è la sua forza.
È difficile rispettare la povertà della Sindone, segno dell'attesa, segno del silenzio del sepolcro.
Vorremmo avere, io e molti altri che ragionano umanamente, la consolazione di sapere che c'è stato un contatto tra quell'oggetto e il corpo del nostro Signore, e invece dobbiamo accontentarci del ricordo attraverso il segno, che passa attraverso gli occhi, per divenire solo parola.
Eppure è umano che io reagisca a quel segno secondo la sua natura di immagine.
Di fronte a un volto del Dürer, di Tiziano, di Rembrand... mi viene spontaneo dire: "Signore, perdonami, aiutami". La stessa cosa può accadere davanti alla Sindone, anche perché nessun'altra immagine dice quel che essa dice.
Poiché mi dice cose d'Evangelo, sento che è doveroso fare il possibile affinché siano udite anche da altri.
Mi sembra, guardandola, che acquisti un particolare significato quel passaggio del "credo" paolino "e fu sepolto" (1 Cor. 15,4) sul quale abbiamo la fin troppo facile tendenza a passare oltre.
Mi pare che ne abbia molto bisogno anche il nostro tempo ed è il motivo per cui anche un'ostensione grandiosa come quella a cui ci prepariamo (e che ricorre allo straordinario come a stimolo per la vita ordinaria) trova la sua giustificazione.
Giuseppe Ghiberti
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