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I segni della passione


L'uomo della Sindone è stato crocifisso, come Gesù; e i particolari delle torture che si trovano sul Lenzuolo richiamano il racconto dei Vangeli: i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi; la "corona di spine" intorna alla testa; i segni lasciati dai flagelli; la ferita al costato; l'assenza di frattura delle ossa alle gambe.
Sindone è parola greca: vuol dire pezza di tela, che può essere usata come lenzuolo funebre.
La Sindone è un'immagine da guardare, da contemplare.
Per i credenti essa è una "icona della Passione", come la definì Papa Paolo VI. I segni della Passione del Signore sono il motivo dell'interesse e della venerazione verso la Sindone, fin dai secoli più antichi.
L'ostensione pubblica è prima di tutto un evento religioso, da vivere in un clima di raccoglimento e di preghiera.

La storia

La Sindone è il sacro lino in cui, secondo la tradizione evangelica Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo avvolsero il Corpo di Cristo, cosparso di una mistura di mirra ed aloe (1). è una tela di lino spigato (tessuta cioè a spina di pesce) di m 4,36 di lunghezza e 1,10 di larghezza. Il colore originariamente bianco, risulta ingiallito dal tempo e dall'incendio subito nel 1532 a Chambery, incendio che provocò 12 buchi nella tela, in parte rattoppati dalle suore Clarisse di quella città. Altre tracce di bruciature sono antecedenti a quell'incendio. Si riscontrano inoltre macchie d'acqua provocate da secchi gettati per spegnere le fiamme. Le bruciature di Chambery formano due linee parallele che "inquadrano" per così dire la doppia impronta di corpo umano di circa m 1,80 su cui si scorgono i segni della Passione di Cristo quali risultano dalla lettura dei Vangeli.

La Sindone si conserva solitamente arrotolata in una cassa d'argento cesellata, lunga un metro e mezzo, larga e alta circa cm 38. Su questa cassa argentea sono raffigurati, fra l'altro, i simboli della Passione.

Nel V sec. il lino sacro sembra essere conservato nella basilica di Santa Maria di Blachernes in Costantinopoli insieme ad altre importanti reliquie della Passione di Cristo. E lì sicuramente si trovava prima della conquista della città, nel 1204 stando a quanto scrive Roberto di Clary, cavaliere Piccardo, crociato, entrato a Costantinopoli prima della conquista. Egli infatti racconta: "Tra gli antichi monasteri eravi quello di Nostra Signora, detto di S. Maria di Blakerne, dove eravi la Sindone in cui fu avvolto il nostro Sire; la quale ogni Venerdì si esponeva pendente diritta, sicché potevasi vedere bene la figura di Nostro Signore. Nessuno però sa, né greco, né francese, dove essa sia andata a finire quando la città fu presa" (2).
La storia della reliquia infatti, a questo punto, subisce una cesura di circa 150 anni, che per ora non si è riusciti a colmare essenzialmente per mancanza di documenti. Nel 1353 troviamo la Sindone presso i canonici di Lerey, a cui fu consegnata da Goffredo I di Charny. Costui probabilmente ne era entrato in possesso per successione ereditaria.

Nel 1453 il lenzuolo sacro viene ceduto a Ginevra, a Ludovico di Savoia, cadetto di Amedeo VIII da parte di Margherita di Charny, vedova di Umberto di Villersexel.

Da quel momento apparterrà ai Savoia fino al 1983, quando fu donato dall'ex re d'Italia, per volontà testamentaria alla Santa Sede, e lasciata a Torino per volontà papale. La Sindone rimarrà nella cappella di Chambery fino al 1578, tranne nei brevi periodi in cui fu al seguito dei Savoia, in Francia, in Piemonte e in Lombardia. Emanuele Filiberto infatti in quell'anno trasporterà la reliquia a Torino con la scusa di abbreviare il pellegrinaggio alla reliquia da parte di Carlo Borromeo, ma in realtà in un ben più vasto quadro di riforme che vedono Torino divenire la capitale sabauda.

La Sindone rimarrà a Torino prima nella chiesa di San Francesco, poi a palazzo reale e infine in duomo dove si trova tuttora. Soltanto nel periodo della seconda guerra mondiale (1939-1946) fu portata in segreto nel Santuario di Montevergine ad Avellino per proteggerla da eventuali problemi bellici.

L'interesse per la Sindone si è accentuato nel nostro secolo quando fu scattata la prima fotografia in occasione dell'esposizione generale d'arte sacra del 1898 da Secondino Pia: già molto prima di questa data si sapeva che l'immagine sindonica non era dipinta, a diversità delle numerose copie circolanti in Europa a partire dal Medio Evo, utilizzate nelle chiese per la rappresentazione dei misteri pasquali. La riproduzione fotografica, con sorpresa di tutti, dimostrò come l'impronta del lenzuolo fosse un negativo; da quel momento in poi gli studi sulla Sindone divennero sempre più frequenti fino a portare negli anni cinquanta a una vera e propria branca della scienza: la sindonologia. E può sembrare strano un interesse così alto verso una reliquia proprio in un secolo come il nostro in cui il processo di "scristianizzazione" è sempre più forte.

Le analisi più recenti, eseguite dopo l'Ostensione del 1978, hanno rimesso in discussione la datazione della reliquia, ma non sono tuttavia riuscite a dare delle risposte pienamente convincenti al problema. In ogni caso rimane fatto indubitabile che i segni presenti sulla Sindone coincidono con la descrizione della Passione che viene presentata nei Vangeli.

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(1) Questo e i dati successivi sono ripresi per lo più da Mons. Silvio Solero. Riteniamo utile riportare una nota interessante relativa al termine Sindone-Sudario. Il Solero scrive infatti: " Il nome Sindone è dato dal testo evangelico greco. Molti antichi, e oggi ancora i francesi e in parte i piemontesi, danno alla S. Sindone il nome di Sudario. Veramente il sudario sarebbe un velo più piccolo con il quale si copriva la testa o anche soltanto il volto di una persona; ma già gli antichi usarono promiscuamente questo vocabolo, e ormai l'uso si è generalizzato". Altri testi utilizzati sono stati quelli editi in occasione dell'ostensione del 1978.
(2) Il testo è ripreso dall'opera di Mons. Silvio Solero

La scienza

Le ricerche storiche e scientifiche non hanno ancora fornito risposte definitive
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La Sindone cominciò a "sorprendere" un secolo fa quando, per la prima volta, venne fotografata da Secondo Pia, nel 1898: il negativo della foto mostrò nei particolari, e con un'evidenza ben maggiore che il "positivo", tutti i "segni" che la Sindone custodiva.
Come si è formata l'immagine sul Lenzuolo?
  • l'immagine non è un dipinto, ed è stata lasciata dal cadavere di un uomo flagellato e crocifisso. L'elaborazione al computer ha mostrato che essa ha proprietà tridimensionali, che non appartengono né ai dipinti né alle normali fotografie;
  • sul Lenzuolo sono stati ritrovati pollini di fiori che hanno offerto forti indizi per una presenza della Sindone non solo in Europa, ma anche nel vicino Oriente;
  • le analisi sulle tracce di sangue hanno indicato la presenza di sangue umano, del tipo AB. Sul Lenzuolo non vi sono tracce di pigmenti coloranti;
  • nel 1988 è stata effettuata, su un frammento della Sindone, la "prova di datazione" col metodo del Carbonio 14: i risultati assegnarono al tessuto una data tra il 1260 e il 1390 d.C. Questi risultati sono oggi messi in discussione all'interno della stessa comunità scientifica; studi sperimentali più recenti hanno poi riaperto la questione.
Datazione, adeguata conservazione, formazione dell'immagine: intorno a questi problemi la scienza moderna continua a interrogarsi.




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