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Stato e problemi di conservazione 
della Sindone di Torino

 

Per le immagini relative a questo articolo si rimanda al testo "Sindone - Cento anni di ricerca" Ed. Poligrafico dello Stato, pagg. 155 e ss.


Non è un tessuto di lino qualunque quello che dall'antichità è giunto fino a noi con la Sindone. Per le sue caratteristiche, essa É infatti un documento estremamente significativo della cristianità, anche se molto discusso. Unico nel suo genere, porta impressa l'immagine frontale e dorsale di un corpo umano, che tutto indica come appartenente a un uomo che É stato crocifisso e ha subito lo stesso destino che la Bibbia tramanda a riguardo della crocifissione di Cristo sul Golgota; cosa che, nel corso dei secoli, ha fatto del Lenzuolo la reliquia più significativa e più discussa della Cristianità.
 Il telo, oggi ingiallito, ce lo dobbiamo rappresentare originariamente color guscio d'uovo, come il lino naturale. L'impronta frontale e dorsale di un corpo maschile si staglia in bruno sul fondo del tessuto giallino, più chiaro. Come l'immagine si sia formata sul lino, rimane a tutt'oggi un enigma. Di certo non si tratta di un disegno a penna o a matita n‚ di un dipinto; vi si riscontrano bensì tracce di sangue, ma non di pigmenti colorati. L'impronta sul telo sindonico di Torino reca invece caratteristiche particolari e insolite. Lo strato superficiale del lino presenta poche fibre. Originariamente chiare, É fuor di dubbio che esse abbiano assunto l'attuale colorazione bruna in seguito a un processo di ossidazione, per quanto ciò non dica ancora nulla sulle cause di tale fenomeno che tanto concretamente si manifesta nell'immagine dettagliata di un corpo umano.
Questo lenzuolo funebre - il quale secondo le testimonianze più antiche altro non sarebbe che il Mandylion di Edessa - deve essere stato portato, nel 944, a Costantinopoli, dove la tradizione vuole che, nel 1203, venisse spiegato in tutta la sua lunghezza. Più tardi fece la sua comparsa in Francia. Ma soltanto a partire dalla metà del '300 si hanno notizie univoche sulla sua esistenza e sulle sue alterne vicende, cioÉ dal momento in cui il Telo È conservato in Francia, a Lirey, dove venne mostrato per la prima volta e presentato come il lenzuolo funerario di Cristo. Nel 1453 fu venduto a Ludovico di Savoia e, nel 1578, fu portato a Torino, città in cui, dal 1694, È stato conservato nella Cappella della Sindone nel Duomo. Infine, nel 1983, fu donato al Papa, per disposizione del re Umberto II di Savoia, suo ultimo proprietario. Da quel momento È sotto la custodia dell'Arcivescovo di Torino.
Nel considerare l'attuale stato di conservazione del telo, riveste particolare interesse un incendio funesto, quello avvenuto a Chambery nel 1532, al quale il sudario È fortunatamente scampato, ma che ha lasciato tracce non indifferenti. Quando le fiamme si propagarono nella cappella, fu possibile salvare l'urna d'argento che racchiudeva il lenzuolo. Tuttavia nell'incendio il lino, che era ripiegato su se stesso in modo da formare un pacchetto, di circa 75 cm per 30 cm, venne notevolmente danneggiato all'interno della cassetta. Il telo, lungo circa 437 cm, era stato piegato per la conservazione nel contenitore d'argento dapprima quattro volte, in modo che venivano a trovarsi sovrapposti sedici strati di stoffa. Poi il pacchetto venne adattato alle misure della cassetta con una ulteriore piegatura di circa 35 cm da un lato. In questo modo si trovavano 32 strati sovrapposti l'uno all'altro. (Fig. 1, disegno).
L'urna metallica presentava un lato arroventato, contro cui doveva trovarsi la piegatura del pacchetto di stoffa, in modo che si crearono otto aree di bruciature abbastanza piene, in posizione speculare tra di loro. Bench‚ il prezioso lino fosse stato salvato, quelle macchie scure lo avevano deturpato 
irrimediabilmente; in alcuni punti le bruciature erano tanto
all'occhio dell'osservatore, essendo più nettamente visibili della debole immagine. (Fig. 2, disegno).
Però non fu solo il fuoco a lasciare sul telo le sue tracce. Almeno due volte esso fu esposto anche a danni per acqua. E' difficile dire in quale epoca e per quale occasione ciò sia avvenuto. La ripetizione dell'influsso dell'acqua È riconoscibile dal fatto che solo una parte delle macchie dell'acqua presuppone il ripiegamento del lino durante l'incendio. Si tratta di piccole macchie fra le tracce dell'incendio. Queste potrebbero essere state provocate dall'acqua dello spegnimento che venne in contatto dall'esterno con il contenitore di metallo. Il secondo tipo, a cui appartengono le macchie simmetriche ai lati e nel disegno, si basa su una piegatura a fisarmonica (fig. 2), un metodo di piegatura che coinvolge in minima misura il tessuto. Anche in questo caso l'acqua È penetrata dagli spigoli di un contenitore. Siccome queste macchie d'acqua n‚ toccano le toppe che sono state cucite dopo l'incendio del 1532 n‚ coincidono con le pieghe del tempo dell'incendio, si deve supporre che siano state originate prima dell'incendio stesso. Potrebbe essere accaduto in un tempo in cui il lenzuolo non era ancora conservato nello scrigno di Chamb‚ry e perciò era piegato in altro modo.
Nel 1898, in occasione della prima ripresa fotografica, la Sindone destò interesse in tutto il mondo e crebbe l'esigenza della sua ostensione in pubblico. All'inizio del secolo, per poterla tenere sospesa, sono stati necessari vari interventi, quali la bordatura con tessuto di seta. Il desiderio di determinarne l'autenticità ha comportato successivamente un'ulteriore alterazione del lenzuolo: dalla Sindone e dalle strisce applicate sono stati infatti prelevati diversi campioni di tessuto, gli ultimi nel 1973 e nel 1988. (Fig. 3, disegno).
Tutti questi interventi hanno lasciato le loro tracce sul lenzuolo. Essi riflettono il profondo interesse suscitato dal Telo nell'arco dei secoli e fanno ormai parte della sua storia. A ciò si aggiungano le alterazioni dovute al naturale processo di invecchiamento, al quale tutti i materiali organici sono soggetti per azione dell'ossigeno. Considerata la sua antichità, il materiale fibroso si trova in ottimo stato e la conservazione del tessuto non presenterebbe alcun problema, se non vi fosse sopra l'immagine di un uomo crocifisso.
L'impronta sul lenzuolo È stata prodotta dall'ossidazione delle fibre. Anche l'ingiallimento del lino si deve al naturale processo di ossidazione, una combustione superficiale delle fibre a contatto con l'ossigeno.
Ma come si sono verificati i diversi fenomeni di ossidazione che si osservano su questo lenzuolo? Nella Sindone si riscontra, da un lato, un'ossidazione del tutto normale, come quella che nell'esperienza casalinga si può rilevare in una tovaglia ingiallita che È rimasta a lungo chiusa in un armadio. Dall'altro lato, constatiamo che l'immagine sindonica risulta più scura di alcuni gradi di ossidazione. Prendiamo ancora la tovaglia come esempio: se È stata riposta con qualche macchia poco visibile, dopo un certo tempo le macchie risulteranno più nette e forse ci capiterà solo allora di notarle per la prima volta. Quindi, oltre alla portata dello sporco, anche il fattore tempo svolge un ruolo essenziale nel processo di ossidazione.
L'immagine (l'impronta sul lenzuolo) interessa soltanto lo strato più superficiale delle fibre. Le sostanze ossidanti non sono penetrate tanto a fondo nel tessuto, come sarebbe accaduto, per esempio, nel caso di una macchia lasciata da un liquido; perciò È ipotizzabile che, oltre al sangue, anche sudore e oli abbiano contribuito a fissarla. Inoltre il fattore tempo potrebbe aver fatto sì che l'immagine sulla Sindone di Torino sia divenuta visibile solo con il tempo. Ciò potrebbe spiegare la miracolosa scoperta fatta a Costantinopoli nel 1203, in occasione dello spiegamento del lenzuolo: secondo la tradizione, infatti, fu allora che apparve per la prima volta sul Telo l'impronta di un corpo umano maschile.
La Sindone misura complessivamente 437 cm in lunghezza e 111 cm in larghezza. E' formata da un telo largo 103 cm, al quale È stata applicata, mediante una cosiddetta cucitura ribattuta, una striscia larga 8 cm. Sul lato esterno visibile del telo largo e sulla più sottile striscia aggiunta si osservano le cimose. Bench‚ sia del tutto plausibile che sul bordo interno della cucitura della parte larga del telo possa esservi una cimosa, È altrettanto possibile che quella pezza facesse parte di un tessuto di lino, di larghezza doppia, tagliato per lungo all'atto della confezione del lenzuolo. Telai di questa larghezza erano infatti usati nell'antico Egitto per tessere la pregiata "tunica inconsutilis"1, realizzata senza cuciture in un solo pezzo di lunghezza doppia.

1. Giovanni, 19 v. 23: "I soldati poi, com'ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato. Ma quella tunica era senza cucitura, tessuta per intero." Mechthild Flury-Lemberg, Das Reliquiar f?r die Reliquie vom Heiligen Rock, in Der Heilige Rock zu Trier, Studien zur Geschicthe und Ve-rehrung der Tunika Christi, Trier 1996, pp. 691-798.
 

Non È possibile determinare la larghezza di tessitura del telo grande senza danneggiare l'accurata cucitura nella quale potrebbe celarsi assieme al bordo della striscia aggiunta per ampliarlo poich‚, evidentemente, non era sufficiente un metro di larghezza per un lenzuolo funebre. La sottile striscia aggiunta alla Sindone deve essere stata ritagliata dalla stessa balla di stoffa, cimosa compresa, per essere poi applicata, con la massima precisione, mediante piccolissimi punti da una sola parte, senza corrispettivo simmetrico. L'ampliamento del tessuto È stato eseguito con cura particolare, facendo attenzione che il lenzuolo avesse la stessa rifinitura laterale, con cimosa, di quella del lato visibile del telo grande. La cucitura stessa È particolarmente rifinita. Si tratta, dunque, di un'aggiunta applicata da mani esperte, che non lascia dubbi circa la sua appartenenza originaria al sudario e che, dal punto di vista dell'esecuzione, non È inferiore al pregiato lino del lenzuolo. (Fig. 4, disegno).
Secondo l'approfondita analisi condotta da Gabriel Vial2, la struttura del tessuto presenta in ordito un'armatura diagonale 3/1, a spina di pesce, con un rapporto di 80 fili di ordito e 4 di trama. Ogni striscia della spina È formata da 41 fili di ordito nell'una e da 39 fili nell'altra direzione della spina. La tessitura presenta due tipi di difetti: nel primo si vede che alcune strisce dell'armatura sono più sottili (37 fili di ordito) o più larghe (43 fili di ordito) del normale; nel secondo si osserva un'armatura a spina più sottile di circa 5 fili all'interno di una striscia. E' insolito che le cimose visibili siano formate da due soli fili doppi. Entrambi i loro fili di ordito presentano un'armatura a spina 3/1.

2. Gabriel VIAL, Le Linceul de Turin - ?tude technique, "Bulletin du CIETA", n. 67, Lyom 1989, pp. 11-35.

Il telo largo È formato da circa 50 rapporti a spina (ciascuno di due strisce longitudinali), che iniziano alla cimosa con un mezzo rapporto e finiscono alla cucitura con un mezzo rapporto. Questa simmetria rende plausibile la presenza di una cimosa in questa posizione. La striscia applicata contiene invece solo 7 rapporti più un mezzo, anche in questo caso alla cimosa adiacente ad esso. Al punto di cucitura, l'armatura delle strisce di entrambe le parti del tessuto presenta la stessa direzione. L'armatura a spina risale all'epoca glaciale, e non segna un termine per la datazione del tessuto. (Fig. 5, fotografia).
Il materiale impiegato È lino allo stato naturale, non tinto, che in ordito si presenta in fili singoli, filati irregolarmente, con torsione Z; lo stesso vale per la trama, che tuttavia presenta fili più grossi e filati in modo ancora più irregolare. Queste irregolarità indicano che la fibra È stata filata a mano. I fili di ordito sono mediamente di 38,3 cm, i fili di trama di 25,8 cm.
Quello della Sindone È un lino pregiato, tagliato da una pezza nella lunghezza richiesta e allargato, con le aggiunte descritte, secondo le esigenze. Poiché sui lati corti non si osserva quella che potremmo definire la "striscia iniziale" (che segnerebbe, appunto, l'inizio del tessuto) n‚ una "striscia finale" all'altra estremità, non può trattarsi di un tessuto realizzato, in quelle dimensioni, per la sua specifica destinazione; e ciò È dimostrato anche dal fatto che si rese necessaria un'aggiunta. Tuttavia, ci troviamo di fronte a un lino di gran pregio, nato come articolo a metraggio e poi lavorato con cura particolare per realizzare questo sudario.
A prescindere dalla sua origine, È certo che l'importanza della Sindone nasce unicamente dall'immagine che vi È impressa. Questa constatazione determina l'obiettivo di tutti gli sforzi tesi alla sua conservazione, che devono garantire anzitutto l'integrità nel tempo dell'immagine. Nel valutare qualsiasi intervento in questo senso, occorre tenere presente in primo luogo che si ha a che fare con una reliquia che, insieme alla Sacra Tunica di Treviri, È la più importante della Cristianità. E ciò a prescindere dalla loro autenticità storica. Si pensi all'incommensurabile significato che È stato conferito a queste "memorie" anche solo dalle moltitudini di persone che nel corso dei secoli hanno cercato, e trovato, conforto e sostegno nella loro contemplazione: basta questo a dare alle due grandi reliquie una ragion d'essere e a noi l'obbligo di renderle accessibili e di tramandarle ai posteri il più possibile intatte.
Riflessioni come queste sono di capitale importanza per l'elaborazione di una strategia di conservazione. In ogni provvedimento conservativo sono necessari compromessi, determinati di volta in volta dalla valutazione delle esigenze. Alle problematiche sollevate dalla conservazione della Sindone si dedica da alcuni anni una commissione interdisciplinare internazionale.
Come abbiamo visto, la Sindone, indipendentemente dalla dimostrazione della sua autenticità, È una reliquia importante. A parte ciò, È un tessuto di lino e reca una immagine singolare. Dal momento che il telo È sopravvissuto fino a oggi senza interventi particolari, portando con s‚ i segni dei danni subiti, ci si potrebbe chiedere perché preoccuparsi della sua conservazione. In realtà, È doveroso da parte nostra preoccuparci di come possiamo proteggere al meglio questo oggetto della nostra cultura, che non ha confronti. Non va trascurato che il nostro clima È ormai molto diverso da quello del passato. Soprattutto nelle città, l'inquinamento atmosferico si insinua in ogni fessura e provoca danni irreversibili. Nel caso della Sindone, sono questi i rischi principali da considerare in relazione alla conservazione dell'immagine. Come abbiamo accennato, essa È costituita da fili ossidati - in altri termini, distrutti - il cui scurimento l'ha resa visibile. Ciò che vediamo È dunque il prodotto di un processo di degrado, innescato dall'azione combinata dell'ossigeno e di sostanze ossidanti; l'ossidazione più debole, quella che ha provocato l'ingiallimento della stoffa, È avvenuta invece senza l'azione di queste sostanze. Inoltre, al più tardi a partire dall'epoca dell'incendio di Chambéry, nelle bruciature si sono formate altre sostanze che sollecitano e accelerano questo processo. Si può osservare che, in corrispondenza delle cuciture delle toppe che ricoprono le bruciature e i buchi, l'ossidazione È già progredita; in quei punti oggi si rilevano parti scure del tessuto, ossidate a fondo, le cui fibre di color bruno scuro, in parte già spezzate, sono andate distrutte. A ciò si aggiunge che ogni sorta di sporcizia, come gli aloni lasciati dall'acqua e tutte le zone inscuritesi, provoca la superacidificazione del tessuto, abbreviandone la vita. (Fig. 6, fotografia).
Ai problemi di base provocati dall'ossidazione si sommano, in relazione alla conservazione e alla temporanea ostensione della reliquia, quelli legati alle dimensioni del telo. Da quando È custodito nella Cappella del Guarini, il lenzuolo si conserva arrotolato in una cassa laminata d'argento del XVI secolo. Questa soluzione, per quanto possa essere sembrata ottimale viste le grandi dimensioni, presenta svantaggi da non sottovalutare. Da una parte, infatti, la pregiudizievole formazione di pieghe sul tessuto È riconducibile all'arrotolamento; dall'altra, l'immagine viene così sottoposta a sfregamento superficiale che, secondo l'analisi descritta sopra, ne provoca lo sbiadimento. Motivi sufficienti per tornare a considerare i problemi di conservazione della Sindone.
Abbiamo visto come gli interventi di conservazione debbano garantire soprattutto il mantenimento dell'immagine. Ciò richiede come minimo di rallentare il processo di ossidazione dovuto al contatto con l'ossigeno, meglio ancora di bloccarlo del tutto utilizzando un gas nobile. Solo così si potrà impedire che l'immagine impressa sulla tela diventi un giorno illeggibile. Il progredire dell'ossidazione incrementa infatti l'ingiallimento del fondo che, con l'andare del tempo, assumerà lo stesso colore dell'impronta fino a confondersi con essa. Poich‚ i problemi legati alla formazione delle pieghe e allo sfregamento possono essere eliminati unicamente mantenendo la Sindone spiegata, si sta preparando una speciale teca da esposizione che risolverà il problema dell'ossidazione e, nello stesso tempo, sarà abbastanza grande da accogliere la Sindone spiegata. Per evitare ogni manipolazione, di per s‚ nociva, - per esempio, prima e dopo una ostensione - la teca servirà anche per la conservazione permanente della Sindone.

MECHTHILD FLURY-LEMBERG
Dr. Phil h.c., esperta di conservazione dei tessuti;
già Direttore della Sezione tessuti della Fondazione Abegg a Riggisberg (Svizzera);
membro della Commissione per la Conservazione della Sindone
 
 

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