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Omelia di inaugurazione
Ostensione della Sindone 1998
La Parola di Dio appena ascoltata
ci è di grande
aiuto per l'apertura liturgica solenne dell'Ostensione della Sindone, che
Dio ci dà oggi
di iniziare.
Noi siamo qui, infatti, come
credenti che vivono
la beatitudine del "credere senza aver visto", e
nel medesimo
tempo siamo dinanzi ad una immagine che, proprio perché tale, chiede di
essere vista,
guardata e considerata. Non si dà, fra queste due cose, contraddizione: per
un lato noi
attendiamo, nella fede, di contemplare in eterno, nel Regno, Colui che
"è il
Primo e l'Ultimo, e ora vive per sempre": non lo vediamo
ancora "faccia
a faccia"; per l'altro lato, e precisamente perché ci
troviamo in questa
condizione, siamo anche autorizzati a utilizzare l'immagine per un
riferimento al mistero
di Gesù Signore, anzi di tale riferimento abbiamo bisogno. E la Sindone è
qui davanti a
noi, come segno dei più toccanti e realistici, a guidarci.
Io ho già scritto, e ripeto qui
volentieri, che
la Sindone è visibile affinché degli occhi la vedano: ma non è visibile
soltanto per
soddisfare le pur più legittime ansie di sapere, né tanto meno per
accontentare la
curiosità, bensì per apparirci come solenne memoria, carica di
impressionanti dettagli,
dei racconti evangelici della passione di Gesù.
Di tale passione noi stiamo ora celebrando
liturgicamente il memoriale,
e ci è ben chiara la diversità che corre fra memoriale e memoria: quello
riattualizza
oggettivamente il sacrificio di Gesù Cristo e si può compiere solo grazie
alla potenza
dello Spirito Santo; questa è capacità nostra di ritenere i fatti del
passato, grazie a
segni che - con minore o maggiore efficacia - li richiamano a noi. C'è un
abisso dunque
fra memoriale e memoria. Eppure a nessuno può sfuggire, io credo, la
relazione stretta
fra ciò che in questo momento celebriamo nella fede e ciò che contempliamo
con gli occhi
qui oggi, perché nella Sindone noi, senza alcuna fatica, troviamo narrato
tutto ciò che
accadde, corporalmente, nel sacrificio dell'Agnello immolato.
Possiamo dunque anche noi risentire l'invito di Gesù
Cristo risorto,
riguardo alle sue piaghe: noi non cerchiamo prove, come le cercava Tommaso,
non ancora
confermato nella fede: alla nostra fede basta il santo Vangelo, che
riceviamo dalla
Chiesa; noi intendiamo piuttosto rifare un percorso di mistero,
inoltrandoci anche con gli
occhi e con il cuore nella storia vissuta e sofferta di Colui che amiamo, e
che non ha
rifiutato di rimanere visibile nel messaggio iconico, per venire in
soccorso alla nostra
continua distrazione, e alimentare la nostra pietà bisognosa di grandi
richiami.
Come voi sapete, il motto che io ho scelto per questa
Ostensione è:
"Tutti gli uomini vedranno la tua salvezza". Con
ciò ho voluto
fornire alla Ostensione stessa un forte contesto biblico, dal quale
risultassero i tre
contenuti essenziali dell'opera di Gesù Cristo a nostro favore: Egli ha
voluto salvarci,
salvarci tutti, salvarci in modo evidente, con la sua Incarnazione,
Passione, Morte e
Risurrezione. Non sono proprio queste le grandi verità che il mondo deve
continuamente
riconoscere per il suo bene, e delle quali oggi ha così urgente bisogno,
immerso com'è
in tante crisi d'ogni genere e incapace di trovare vie
d'uscita?
Gesù Cristo ha inteso
salvarci. E, a tale
proposito, io ricordo a me e a tutti voi che la Salvezza operata da Gesù
Cristo nei
nostri riguardi emerge e s'innalza, unica, fra le molte salvezze terrene
che noi, con le
nostre grandi risorse umane, riusciamo pure a procurarci: salvezza da
ignoranza, povertà,
malattia, e molte altre; la Salvezza operata da Gesù Cristo, Dio fatto
uomo, è di
qualità e di portata ben diverse, perché ha potuto penetrare nella
relazione fra uomo e
Dio, fra Adamo e il suo Creatore, e fra uomo e uomo, Abele e Caino, lì dove
stava la
separazione del peccato, dell'assenza d'amore che provoca il male assoluto.
È in questa
Salvezza che noi appunto crediamo e confidiamo per vivere.
E Gesù Cristo ha inteso salvarci tutti. Egli è
entrato nella
nostra storia dilaniata come l'unico protagonista in grado di sollevarla
dalla sua
dispersione ed alienazione da Dio, perché Egli era Dio in persona
nell'umanità di
Cristo; così, amando tutti, è venuto a dare la sua vita per tutti, affinché
tutti
fossero "attirati a lui", e potessero fruire del
suo inestimabile
dono. Egli è veramente l'unico Salvatore del mondo.
Infine, Gesù Cristo ha voluto che la salvezza da Lui
donata
diventasse visibile come consolazione, nella storia attuale degli
uomini: noi abbiamo
la sua croce e la sua risurrezione, le effusioni del suo Spirito, e la
meravigliosa
fioritura della carità sulla terra, fioritura della quale la Chiesa è e
deve restare
testimone sempre più trasparente e fedele.
Ebbene, sono proprio questi i misteri ai quali l'icona
della Sindone
riconduce la nostra attenzione, con la raffigurazione così potente
dell'Uomo crocifisso.
Ecco perché essa si pone come richiamo universale, in certo modo al di
sopra dei
mutamenti umani di cultura, di razza, di religione, di civiltà: essa è
mistero che ci
sovrasta e nello stesso tempo ci accompagna. E per questa stessa ragione
essa, pur essendo
con evidenza il segno che riassume in sé tutte le sofferenze, le
umiliazioni e le
oppressioni del mondo, contemporaneamente tutte sorpassa, perché raffigura
la storia di
Dio stesso, entrato del tutto negli abissi del dolore e della morte, per
assumere in Sé
tutte le nostre angosce e conferire loro un significato definitivo di
amore, di merito e
di gloria.
È grande, questo spettacolo silenzioso. Parla di peccato
scontato e di
paradiso restituito, d'amore che "non ha risparmiato il proprio
Figlio, ma lo ha
dato per tutti noi", di umiltà obbediente "fino
alla morte e alla
morte di croce", e di "obbedienza di uno solo per
cui tutti sono
stati costituiti giusti". Tutto ciò naturalmente non è
scritto su questo
lino, nel quale ritroviamo soltanto le tracce dell'uomo suppliziato e
ucciso, ma per noi
è non soltanto facile, ma inevitabile riconoscere nella testimonianza quasi
evanescente
di questi segni tutto l'imponente fondamento biblico che ce ne fornisce
spiegazione. Quale
grazia è allora questa per noi, che possiamo riaccostarci con tanto
realismo storico al
divino mistero! La Sindone altro non fa che offrirci un tacito segno,
eppure dobbiamo
riconoscere che fa anche di più, perché in qualche modo ci attira nella
concretezza
della vicenda di Gesù, che ben conosciamo, e allora non parla solo più alla
nostra
capacità di vedere, ma anche alla nostra capacità di partecipare, di amare
e di essere
coinvolti.
Per questo io, come Pastore di questa Chiesa di Torino,
ringrazio
veramente Dio il quale mi ha riservato il dono di realizzare questa
Ostensione, come lo
riservò vent'anni fa al carissimo Cardinale Anastasio Ballestrero, al quale
certo va il
nostro grato ricordo; io sento infatti, e mi assumo con gioia, la grande
responsabilità
di rioffrire al mondo la Figura affascinante che nel corso di secoli ha
molte volte
attirato milioni di sguardi.
So che il Signore opera anche, in questo particolare
evento, una
potente attrazione sui cuori. E confesso perciò di aspettarmi
dall'Ostensione quello che
è il suo proprio ed unico frutto, cioè un grande bene spirituale per
tanti.
Questa Icona, nella sua semplicità e povertà totali, fa
un discorso
evangelico di provata efficacia, opera doni di fede e conversione: per
questo io mi auguro
e chiedo a Dio che il suo messaggio non soltanto tocchi quelli che verranno
qui come
pellegrini, ma s'estenda a molti altri ancora, per i canali misteriosi
dello Spirito.
Infine, una cosa ricordo ancora a me e a tutti: la Sindone è un modello
insuperabile del
realismo cristiano: voglio dire che essa non consente in nessun modo di
staccarci dalla
storia dura e difficile di noi uomini sulla terra; non promette paradisi
facili, non
alimenta sogni a occhi aperti, utopie ed illusioni, frequenti nel mondo
d'oggi tanto
infelice e disorientato. La Sindone parla un linguaggio severo e ci dice
proprio ciò che
noi vorremmo fuggire: sofferenza, innocenza sacrificata, morte ignominiosa:
però lo dice
con tale alone di solennità e grandezza, con tanta memoria di vicenda
divina, che ci
impedisce di sprofondare nella disperazione umana di fronte ai fallimenti
della vita.
È con questa consapevolezza, che nei nostri sentimenti
personali
potrà essere ancora più ricca e vibrante, che noi celebriamo la santa
Eucarestia,
rioffrendo al Padre celeste l'amore del suo Figlio crocifisso, mentre
davanti a noi
abbiamo l'immagine crocifissa: possa tale incontro di invisibile e visibile
darci la
pienezza di una esperienza che ci santifichi.
Desidero con voi rivolgermi a Maria, la Donna della Croce, affinché ci
accompagni, e
accompagni poi di giorno in giorno tutti coloro che verranno qui, a
continuare in corteo
di pietà e di amore questa visita solenne, che noi ini
Cattedrale di Torino - 18 Aprile 1998
+ Card. Giovanni Saldarini
Arcivescovo di Torino
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