Straordinario fatto di Chiesa

Padre Anastasio Ballestrero

Nella celebrazione eucaristica di domenica 8 ottobre 1978, alla chiusura della solenne ostensione della Santa Sindone, l'arcivescovo di Torino padre Anastasio Ballestrero ha pronunciato la seguente omelia.

Gesù, per documentare la verità della sua risurrezione, all'apostolo Tommaso che era incredulo e che aveva detto di voler mettere la sua mano nelle ferite del corpo del Signore, accondiscende a questo desiderio dell'incredulo e, apparendo nel Cenacolo, lo chiama e lo invita: "Vieni qua e metti le tue mani al posto dei chiodi, metti la tua mano nella ferita del costato e non essere più incredulo ma credente". Il fatto che Cristo, risuscitato da morte, voglia che i segni delle sue ferite e i documenti della sua Passione restino vivi per aiutare la fede di coloro che verranno, è fatto che ci fa pensare, perché al termine di questa sconcertante ostensione della Santa Sindone ci pare che, in figura e in segno, quell'avvenimento evangelico si sia ripetuto ogni giorno. I segni delle piaghe del Signore, i segni della Passione, il corpo sfigurato e trafitto, la maestà della morte come speranza della vita: tutto questo ha fatto, in un modo o nell'altro, vibrare milioni di credenti.

C'è una risonanza evangelica in ciò che è accaduto in questi 43 giorni, risonanza evangelica che toglie all'avvenimento il suo carattere di "cosa che passa" e di avvenimento puramente esteriore, e gli dà invece la qualifica di un avvenimento spirituale.

Ciò che è accaduto nella nostra anima, nel nostro cuore e nello spirito di molti che sono passati davanti alla Sindone, non è forse un invito a credere che Gesù è risorto, che è con noi, che è fedele, che è vittorioso? E' questa fede che è cresciuta in noi. E' questa speranza che s'è fatta in noi forza e consolazione. E' questa certezza che ha illuminato il nostro cammino. C'è qualcosa nel nostro cuore, che prima non c'era. E siano benedetti i segni della passione del Signore che si sono fatti portatori di questo misterioso "qualcosa".

I doni di Dio sono fatti così. Sono profondamente incisivi e molte volte anche sconvolgenti, quando li riceviamo, ma poi vengono affidati alla nostra fedeltà e al nostro impegno. A che cosa servirebbe il dono di Dio, che abbiamo ricevuto con tanta consolazione e con tanta speranza, se il nostro cuore dovesse diventare una "sepoltura" per il dono di Dio? Concludiamo la solenne e visibile ostensione, ma il dono di Dio non si conclude: è necessario che tutti coloro che hanno ricevuto questo "dono" si rendano conto della responsabilità nuova che portano, perché occorre che il "dono" si radichi dentro di noi, diventi vivo e vivificante e illumini la nostra vita, la trasformi, la corrobori e la renda degna delle intenzioni della Redenzione e del progetto divino della salvezza.

Quante cose abbiamo davvero da vivere e da continuare a vivere, dopo questa esperienza! L'amore per Cristo, radicato nella certezza del suo amore per noi. Il senso della presenza di Cristo in mezzo a noi, nella sua Chiesa, nel mondo come punto di riferimento assolutamente essenziale perché la nostra vita abbia senso e perché il nostro cammino abbia speranza. E poi la capacità di leggere e di riconoscere - in una maniera sempre più puntuale, sempre più sollecita ed operosa - i segni della Passione del Signore scolpiti ed incisivi in tanti nostri fratelli, che sono crocifissi anche loro, e che fanno della loro crocifissione una partecipazione alla sofferenza di Gesù e compiono oggi la sua Passione, perché noi - che siamo i salvati - crediamo nel mistero di questa passione che continua, e la sappiamo riconoscere e vivere con la fedeltà inesauribile e instancabile al comandamento della carità, ma anche con una visione che non riduce tutto a godere la vita, ma a trasfigurarla anche nei momenti e nelle situazioni dove il dolore, la sofferenza e la morte non sono sconfitta, ma sono vittoriosa configurazione a Cristo crocifisso.

Bisogna che usciamo rinnovati da questa esperienza dell'ostensione, per la sensibilità nuova, per la generosità inesauribile, per la operosità incisiva, instancabile e concreta nelle situazioni della vita. Così il dono del Signore porterà il suo frutto. Così sarà vero anche per noi quello che fu vero per San Tommaso, che quando vide e contemplò le ferite del Signore si sentì credente davvero e fu apostolo del suo Vangelo e fu martire del suo amore.

Voglia il Signore - che in questi 43 giorni "è passato" come mistero di misericordia tra noi - completare la sua opera e rendere questa ostensione una grazia di conversione, di rinnovamento della vita veramente cristiana.

Verremmo meno al nostro dovere di credenti, se in questo momento conclusivo dell'avvenimento tanto grande, noi non ringraziassimo il Datore di ogni bene, il Signore. Di questo grande dono diciamo grazie a Dio benedetto. Ma lo diciamo col cuore, consapevoli di non averla meritata, trepidi forse di averla in qualche momento sciupata, desiderosi comunque che la nostra gratitudine serva a farci perdonare qualsiasi atteggiamento di minore fede e di minore attenzione.

Rendiamo grazie al Signore, miei fratelli! E rendiamo grazie a tutti coloro che sono stati collaboratori del Signore in questa vicenda tanto singolare. Essa ha avuto il suo valore più prezioso nella interiorità del "dono" e della "grazia", ha avuto anche bisogno di una dimensione esteriore composta, ordinata e serena. A quanti la Chiesa si sente debitrice di riconoscenza! A tutti coloro che in qualche modo hanno collaborato. Preferisco non nominare nessuno per ricordare tutti. A tutti un ringraziamento cordiale e sincero che in questo momento desideriamo che diventi preghiera, diventi liturgia, diventi fatto di comunità e di Chiesa, perché la fatica di tutti sia consacrata della benedizione di Dio e affinché la diligenza, la operosità, l'attenzione, la pazienza e anche la sofferenza di quanti tutto questo hanno dovuto vivere perché l'avvenimento del Signore fosse veramente incarnato: a tutti il grazie della Chiesa di Dio.

Come possiamo dimenticare un'altra dimensione del grande avvenimento che abbiamo vissuto, e cioè la sua ecclesialità? Due Papi hanno condiviso la nostra gioia. Paolo VI che ha benedetto le intenzioni e ha nutrito le speranze, continuate dal cielo. Giovanni Paolo I che ha benedetto l'avvenimento con l'affettuoso intervento spirituale e la significativa partecipazione solidale. E' un segno della presenza della Chiesa, della dimensione ecclesiale di quanto è successo in questa Cattedrale, di cui abbiamo coscienza, di cui noi abbiamo la responsabilità e di cui noi, nello stesso tempo, benediciamo il Signore.

Ci pare che la coincidenza dell'inizio della ostensione con l'elezione del nuovo Papa ci autorizzi, ora che siamo un'altra volta misteriosamente in attesa del nuovo Pontefice, ad affidare a Cristo Signore in questa Liturgia il nostro desiderio, la nostra speranza, la nostra certezza che, ancora una volta, la Chiesa di Cristo avrà presto il suo Sommo Pontefice. Questa celebrazione sia quindi una preghiera di tutti noi presenti e - se lo posso osare - di tutta la Chiesa di Dio perché il Signore ascolti il nostro desiderio.

Guardate lo "spettacolo" che in questo momento dobbiamo osservare. Lo chiamo "spettacolo", ma lo dovrei chiamare "segno significativo ed espressivo". La moltitudine dei Vescovi presenti, che rappresentano in questo momento il mondo, la moltitudine dei Vescovi che sono passati davanti alla Sindone a centinaia; la moltitudine dei sacerdoti presenti che rappresentano le migliaia di sacerdoti, voi, carissimi, che siete presenti ma che, in questo momento, rappresentate certamente milioni di credenti che qui sono passati e che qui avrebbero voluto passare. Non è forse l'assemblea della Chiesa? Non è forse la comunità del Signore? Non è forse il rinnovarsi della parola evangelica "Là dove alcuni sono raccolti nel mio nome, io sono con loro"?.

Qui non siamo alcuni, ma siamo moltitudini. Perciò abbiamo la certezza che questa Eucarestia non è il calare della sera su un avvenimento che in tanti hanno desiderato che non finisse mai, ma è il sorgere del giorno nella vita di tutti, perché Cristo sia sempre Signore e perché la Chiesa ne sia ogni giorno, per sempre, il suo salvifico Sacramento.

ANASTASIO BALLESTRERO
Arcivescovo di Torino

Dalla "Rivista Diocesana Torinese" N. 11 / 1978 Pagg. 415-418

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