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Alle ore 17
di sabato 26 agosto c'è stata la Concelebrazione
eucaristica inaugurale
dell'Ostensione ("Messa della
Sindone"), presieduta dall'Arcivescovo
Anastasio Ballestrero. Con lui hanno
concelebrato i Vescovi (tra parentesi la città
di residenza): Carlo Aliprandi
(Cuneo), Luigi Bettazzi (Ivrea), Vittorio
Benedetto (Susa), Giuseppe Cambiaghi (Novara),
Carlo Cavalla (Casale Monferrato), Nicola Cavanna
(Asti), Giovanni Dadone (Fossano), Giuseppe
dell'Olmo (Acqui Terme), Francesco Maria Franzi
(Novara), Giuseppe Garneri (Susa), Pietro
Giachetti (Pinerolo), Massimo Giustetti
(Mondovì), Jose D. Langton (Menivia, Galles),
G.J. Mendiharat (Salto, Uruguay), Giuseppe Moizo
(Acqui), Giovanni Picco (Vercelli), Paolo
Pollicita (Ordinario Palatino, Roma), Fausto
Vallaine (Alba), con una settantina di sacerdoti.
Numerose le autorità presenti (tra cui il
ministro Gullotti e il Presidente della Regione
Viglione).
Commentando le letture bibliche Isaia 52,
13-53, 5; Apocalisse 1, 4-8; Marco 15, 42-16, 8,
l'omelia è stata pronunciata dall'Arcivescovo di
fronte a 5-6000 persone.
La pagina
evangelica vede raccolto, intorno al Signore
morto e al suo sepolcro, il sentimento della
pietà dei buoni: Giuseppe d'Arimatea che avvolge
il corpo benedetto in un "lenzuolo",
lo depone in un sepolcro nuovo; le prime e
sollecite visitatrici del sepolcro che intendono
continuare la devozione verso il loro maestro che
è stato ucciso. Questa pietà e questa
attenzione profondamente umana, intorno alla
morte e allo strazio del corpo del Signore hanno
il loro premio. Infatti le creature che furono
perseveranti nella pietà, furono anche le prime
ad avere l'annuncio della risurrezione, ad essere
sconvolte dall'avvenimento glorioso, ad essere
mandate ad annunziare che il Signore era risorto.
Ricordiamo questa pagina evangelica perché
abbiamo bisogno che la nostra fede nella
risurrezione del Signore si faccia sempre più
viva ed incisiva nella nostra vita di credenti e
nella nostra coerenza di cristiani. Ci pare di
rivedere il gesto di quelle pietose creature che,
per prime, circondarono di tenerezza e di pietà
quello che restava del corpo del Signore morto.
Ci pare di ripetere il loro gesto davanti alla
santa Sindone, immagine suggestiva e misteriosa
che ci riconduce a rivivere l'avvenimento
evangelico attraverso la profonda suggestione e
attraverso la forza evocatrice dell'immagine.
Sappiamo che questa "immagine"
non è oggetto né motivo della nostra fede, ma
sappiamo anche che noi, come umane creature,
abbiamo bisogno di fede e non ce ne vergogniamo,
specialmente in un tempo in cui sembrerebbe che
il linguaggio torni a essere soprattutto
linguaggio di segni.
Eccoci davanti alla Sindone. Ci ha portati qui
non soltanto una centenaria tradizione torinese -
alla quale siamo affezionati e della quale siamo
fieri - ma soprattutto il bisogno che la nostra
fede venga sostituita dai "segni": alle
volte i "segni" non hanno nulla
a che vedere con la teologia, ma piuttosto con
l'umanità. I "segni" hanno
bisogno di essere presenti in mezzo a noi, dove
si moltiplicano i messaggi: proprio per questo
non è giusto che i segni evocatori e stimolatori
della fede e della speranza, vengono fatti
tacere.
Che cosa proviamo davanti alla Sindone? Prima
di tutto un desiderio profondo e struggente della
presenza di Cristo: non dei suoi "segni",
ma di Lui, del Salvatore Gesù che il Padre ha
mandato per amore del mondo, colui che è venuto
per amore e che ha dato la propria vita,
abbandonandola allo strazio, all'iniquità, alla
crudeltà degli uomini. Abbiamo bisogno di questa
presenza e anche questo "segno"
della Sindone ci conforta perché sembra dirci
che il Signore è fedele alla sua parola: "Io
sono sempre con voi". Questa parola va
in fondo al nostro cuore perché la promessa del
Signore è consolatrice. Lo abbiamo con noi,
anche se non lo vediamo (perché è assunto nella
gloria), non lo sentiamo non perché non parli,
ma perché siamo sordi e non riusciamo ad
incontrarlo nell'immediatezza di uno scambio e di
un incontro che ci colmi di consolazione e ci
ravvivi. Eccoci allora, in umiltà, a servirci
del "segno". Quanto è desiderata nel
mondo la presenza di Cristo Signore! Come
vorremmo dire a Cristo: "Signore, che io
veda", o ancora meglio: "Signore
che io ti veda, perché il tuo volto sia la luce
della mia vita e la forza del mio cammino".
Mentre riusciamo ad intravedere il volto
sfigurato del Signore ucciso, non possiamo non
pensare che questo Signore è uno come noi, che
ha conosciuto la vita terrena, l'esistenza di
questo mondo, le vicende della convivenza umana,
il travaglio della storia. Cristo ha conosciuto
tutto questo e ne porta i segni. Gesù crocifisso
riesce, attraverso la luce misteriosa della fede,
a diventare per noi anche il volto di tanti
nostri fratelli. Se guardiamo Cristo crocifisso
non è per dimenticare loro. Al contrario.
Guardando a Lui impariamo a riconoscerlo in tante
creature che popolano la nostra città, il nostro
Paese, il mondo. Esse portano il segno della
croce, le stigmate dolorose incise nella carne e
nello spirito.
Ci sentiamo più fratelli vedendo il
crocifisso. Ci sentiamo più capaci di capirli e
soprattutto di operare per loro. Vorremmo
asciugare il volto di tante creature che
piangono; lenire le ferite di tante persone che
soffrono; procurare la libertà di tante persone
che sono schiave; consolare il cuore abbandonato
e rifiutato di tante creature che sono sole. Come
vorremmo, pensando alle sofferenze di Cristo,
diventare consolatori del mondo! Ma conosciamo la
fragilità dei nostri desideri, la povertà della
nostra generosità. Per questo ci accostiamo a
Cristo crocifisso con una speranza umile e
fiduciosa. L'esperienza, che ci accingiamo a
vivere, con l'ostensione della Sindone -
evocatrice della morte e della passione del
Signore - ci cambi, ci converta, ci faccia capaci
di leggere la realtà di ogni giorno con cuore
fraterno, con spirito illuminato, con intuizioni
profetiche, perché la salvezza diventi sempre
più vera e piena. Sono le speranze che affidiamo
a Cristo Signore, che si fa presente
nell'Eucarestia, ed è presente nell'Eucaristia,
ed è presente nella comunione misteriosa della
Chiesa.
In questo momento - mentre siamo in preghiera
e desiderosi di fare un'esperienza di fede che ci
renda migliori, non possiamo fare a meno di
sentire la comunione della Chiesa anche per un
altro motivo. Come possiamo non pregare per il
Conclave? Come possiamo non affidare a Cristo, il
Signore il Pastore e lo Sposo della Chiesa - per
la quale ha dato la vita, ha effuso il sangue, si
è abbandonato alla violenza degli uomini -
questa stessa sua Chiesa? Preghiamo affinché in
questo momento la forza, la potenza, la luce
dello Spirito Santo guidi il Conclave in una
scelta che per la Chiesa ha tanto significato e
tanta importanza. Non abbiamo curiosità, ma
soltanto speranza e preghiera. Sappiamo che
Cristo è fedele alla Chiesa. Ci pare di dover
essere partecipi di questa fedeltà, di gioirne e
di goderne con Lui perché la Chiesa sia coronata
da gaudio e riprenda il cammino con Cristo
Signore, ancora una volta presente, non con il
segno venerabile di una reliquia come la Sindone,
ma con un segno vivo e palpitante qual è un
nuovo Papa.
Vorremmo che tutto questo colmasse il nostro
spirito anche per dare a questa celebrazione, non
solo la dimensione commemorativa di un
centenario, ma la dimensione più preziosa di un
avvenimento di Chiesa che coinvolge tanti spiriti
e tanti cuori, che armonizza le attese e i
desideri, e diventa così una benedizione del
Signore e una consolazione per noi.
Dalla "Rivista Diocesana
Torinese"
N. 7-8 / 1978 Pagg. 311-313
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