Inizio dell'Ostensione 1978

Alle ore 17 di sabato 26 agosto c'è stata la Concelebrazione eucaristica Pellegrini in visita alla S.Sindone. Duomo di Torinoinaugurale dell'Ostensione ("Messa della Sindone"), presieduta dall'Arcivescovo Anastasio Ballestrero. Con lui hanno concelebrato i Vescovi (tra parentesi la città di residenza): Carlo Aliprandi (Cuneo), Luigi Bettazzi (Ivrea), Vittorio Benedetto (Susa), Giuseppe Cambiaghi (Novara), Carlo Cavalla (Casale Monferrato), Nicola Cavanna (Asti), Giovanni Dadone (Fossano), Giuseppe dell'Olmo (Acqui Terme), Francesco Maria Franzi (Novara), Giuseppe Garneri (Susa), Pietro Giachetti (Pinerolo), Massimo Giustetti (Mondovì), Jose D. Langton (Menivia, Galles), G.J. Mendiharat (Salto, Uruguay), Giuseppe Moizo (Acqui), Giovanni Picco (Vercelli), Paolo Pollicita (Ordinario Palatino, Roma), Fausto Vallaine (Alba), con una settantina di sacerdoti. Numerose le autorità presenti (tra cui il ministro Gullotti e il Presidente della Regione Viglione).
Commentando le letture bibliche Isaia 52, 13-53, 5; Apocalisse 1, 4-8; Marco 15, 42-16, 8, l'omelia è stata pronunciata dall'Arcivescovo di fronte a 5-6000 persone.

La pagina evangelica vede raccolto, intorno al Signore morto e al suo sepolcro, il sentimento della pietà dei buoni: Giuseppe d'Arimatea che avvolge il corpo benedetto in un "lenzuolo", lo depone in un sepolcro nuovo; le prime e sollecite visitatrici del sepolcro che intendono continuare la devozione verso il loro maestro che è stato ucciso. Questa pietà e questa attenzione profondamente umana, intorno alla morte e allo strazio del corpo del Signore hanno il loro premio. Infatti le creature che furono perseveranti nella pietà, furono anche le prime ad avere l'annuncio della risurrezione, ad essere sconvolte dall'avvenimento glorioso, ad essere mandate ad annunziare che il Signore era risorto.

 

Ricordiamo questa pagina evangelica perché abbiamo bisogno che la nostra fede nella risurrezione del Signore si faccia sempre più viva ed incisiva nella nostra vita di credenti e nella nostra coerenza di cristiani. Ci pare di rivedere il gesto di quelle pietose creature che, per prime, circondarono di tenerezza e di pietà quello che restava del corpo del Signore morto. Ci pare di ripetere il loro gesto davanti alla santa Sindone, immagine suggestiva e misteriosa che ci riconduce a rivivere l'avvenimento evangelico attraverso la profonda suggestione e attraverso la forza evocatrice dell'immagine. Sappiamo che questa "immagine" non è oggetto né motivo della nostra fede, ma sappiamo anche che noi, come umane creature, abbiamo bisogno di fede e non ce ne vergogniamo, specialmente in un tempo in cui sembrerebbe che il linguaggio torni a essere soprattutto linguaggio di segni.

Eccoci davanti alla Sindone. Ci ha portati qui non soltanto una centenaria tradizione torinese - alla quale siamo affezionati e della quale siamo fieri - ma soprattutto il bisogno che la nostra fede venga sostituita dai "segni": alle volte i "segni" non hanno nulla a che vedere con la teologia, ma piuttosto con l'umanità. I "segni" hanno bisogno di essere presenti in mezzo a noi, dove si moltiplicano i messaggi: proprio per questo non è giusto che i segni evocatori e stimolatori della fede e della speranza, vengono fatti tacere.

Che cosa proviamo davanti alla Sindone? Prima di tutto un desiderio profondo e struggente della presenza di Cristo: non dei suoi "segni", ma di Lui, del Salvatore Gesù che il Padre ha mandato per amore del mondo, colui che è venuto per amore e che ha dato la propria vita, abbandonandola allo strazio, all'iniquità, alla crudeltà degli uomini. Abbiamo bisogno di questa presenza e anche questo "segno" della Sindone ci conforta perché sembra dirci che il Signore è fedele alla sua parola: "Io sono sempre con voi". Questa parola va in fondo al nostro cuore perché la promessa del Signore è consolatrice. Lo abbiamo con noi, anche se non lo vediamo (perché è assunto nella gloria), non lo sentiamo non perché non parli, ma perché siamo sordi e non riusciamo ad incontrarlo nell'immediatezza di uno scambio e di un incontro che ci colmi di consolazione e ci ravvivi. Eccoci allora, in umiltà, a servirci del "segno". Quanto è desiderata nel mondo la presenza di Cristo Signore! Come vorremmo dire a Cristo: "Signore, che io veda", o ancora meglio: "Signore che io ti veda, perché il tuo volto sia la luce della mia vita e la forza del mio cammino".

Mentre riusciamo ad intravedere il volto sfigurato del Signore ucciso, non possiamo non pensare che questo Signore è uno come noi, che ha conosciuto la vita terrena, l'esistenza di questo mondo, le vicende della convivenza umana, il travaglio della storia. Cristo ha conosciuto tutto questo e ne porta i segni. Gesù crocifisso riesce, attraverso la luce misteriosa della fede, a diventare per noi anche il volto di tanti nostri fratelli. Se guardiamo Cristo crocifisso non è per dimenticare loro. Al contrario. Guardando a Lui impariamo a riconoscerlo in tante creature che popolano la nostra città, il nostro Paese, il mondo. Esse portano il segno della croce, le stigmate dolorose incise nella carne e nello spirito.

Ci sentiamo più fratelli vedendo il crocifisso. Ci sentiamo più capaci di capirli e soprattutto di operare per loro. Vorremmo asciugare il volto di tante creature che piangono; lenire le ferite di tante persone che soffrono; procurare la libertà di tante persone che sono schiave; consolare il cuore abbandonato e rifiutato di tante creature che sono sole. Come vorremmo, pensando alle sofferenze di Cristo, diventare consolatori del mondo! Ma conosciamo la fragilità dei nostri desideri, la povertà della nostra generosità. Per questo ci accostiamo a Cristo crocifisso con una speranza umile e fiduciosa. L'esperienza, che ci accingiamo a vivere, con l'ostensione della Sindone - evocatrice della morte e della passione del Signore - ci cambi, ci converta, ci faccia capaci di leggere la realtà di ogni giorno con cuore fraterno, con spirito illuminato, con intuizioni profetiche, perché la salvezza diventi sempre più vera e piena. Sono le speranze che affidiamo a Cristo Signore, che si fa presente nell'Eucarestia, ed è presente nell'Eucaristia, ed è presente nella comunione misteriosa della Chiesa.

In questo momento - mentre siamo in preghiera e desiderosi di fare un'esperienza di fede che ci renda migliori, non possiamo fare a meno di sentire la comunione della Chiesa anche per un altro motivo. Come possiamo non pregare per il Conclave? Come possiamo non affidare a Cristo, il Signore il Pastore e lo Sposo della Chiesa - per la quale ha dato la vita, ha effuso il sangue, si è abbandonato alla violenza degli uomini - questa stessa sua Chiesa? Preghiamo affinché in questo momento la forza, la potenza, la luce dello Spirito Santo guidi il Conclave in una scelta che per la Chiesa ha tanto significato e tanta importanza. Non abbiamo curiosità, ma soltanto speranza e preghiera. Sappiamo che Cristo è fedele alla Chiesa. Ci pare di dover essere partecipi di questa fedeltà, di gioirne e di goderne con Lui perché la Chiesa sia coronata da gaudio e riprenda il cammino con Cristo Signore, ancora una volta presente, non con il segno venerabile di una reliquia come la Sindone, ma con un segno vivo e palpitante qual è un nuovo Papa.

Vorremmo che tutto questo colmasse il nostro spirito anche per dare a questa celebrazione, non solo la dimensione commemorativa di un centenario, ma la dimensione più preziosa di un avvenimento di Chiesa che coinvolge tanti spiriti e tanti cuori, che armonizza le attese e i desideri, e diventa così una benedizione del Signore e una consolazione per noi.

Dalla "Rivista Diocesana Torinese"
N. 7-8 / 1978 Pagg. 311-313

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