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Quando si parla di Sindone (1),
si entra immediatamente nel contenzioso. E tutto si fa difficile: anche
scrivere una
relazione su un vissuto che ci ha presi e impegnati molto.
La Sindone è una difficoltà in sé e per coloro ai quali la si voglia
mediare. Dopo
avere dato tante volte risposta a quanti obiettano contro una devozione
sindonica o un
pellegrinaggio alla Sindone, sono preso io stesso dalla domanda: ma che
cos'è, in fondo,
questa Sindone, che muove tanta gente, che costa tanta fatica e spesa?
Mi sento irriconoscente al Signore, quando mi confronto con
l'esperienza di innumerevoli
persone, che hanno fatto tanta strada per giungere in vista della
Sindone e poi si sono
fermate davanti a quel telo per tre minuti: io ho potuto contemplarla
per tutto il tempo
che ho voluto, in tutte le posizioni. Lo stato d'animo era sempre di
commozione profonda,
coesistente con la consapevolezza di un mistero mai esaurito. Che
cos'è, dunque, questa
benedetta Sindone? Non è di sicuro il Signore, e allora perché desta un
interesse che
sembra quasi feticistico? Non è neppure un'immagine normale, come tutte
quelle che si
guardano, perché non si lascia tratteggiare con linee ben marcate e
approfitta di ogni
variazione di luce per sottrarsi al nostro sguardo. Sembra incredibile,
eppure è più
facile percepirne i dettagli dalla fotografia che dalla visione a
occhio nudo, anche a
distanza ravvicinata.
E' la tribolazione della visione, che si accresce quando si passa
all'interpretazione
dell'immagine: è tutto e solo messaggio di sofferenza quello che ti
raggiunge, per nulla
gratificante, e tu non sai di dove provenga, quale origine abbia avuto,
quale senso abbia
la sua presenza ora, in mezzo a noi.
Moltissimi uomini e donne sono
vissuti, per secoli,
senza averne la minima nozione; molti ancora vivono le loro scelte, ai
nostri giorni, per
il cristianesimo o fuori del cristianesimo, ignorando l'esistenza di
questo telo o
conoscendolo, ma senza interessarsene affatto e sempre nella
convinzione che comunque
quell'oggetto, con la sua immagine, non ha nulla da dire all'uomo, in
rapporto a una
eventuale decisione di fede, o addirittura nella convinzione che per
un'eventuale fede la
Sindone costituisce solo un ostacolo lungo il percorso.
A questo punto il problema diventa radicale: al di là di ciò che
sappiamo della Sindone,
dobbiamo forse dire che comunque essa non è significativa, o
addirittura è un ostacolo,
in un cammino di fede? Se la risposta è affermativa, allora è tutto
falso: la relazione
personale verso quell'oggetto e ogni programma pastorale elaborato in
rapporto ad esso.
Di dove è possibile trarre un orientamento in mezzo a queste
difficoltà?
Non certamente a partire da una risposta sicura al problema
dell'origine del lenzuolo
sindonico e della sua immagine. Nessuno oggi possiede la certezza di
una simile risposta,
e comunque la Chiesa non dispone, nel suo stesso statuto, degli
strumenti necessari per
darla. A più riprese, negli ultimi tempi, si sono udite voci che
pretendevano che la
Chiesa 'definisse' la 'autenticità' (2) della Sindone.
Si tratta di una richiesta senza senso, perché ignora le condizioni
elementari di una
'definizione', ma è fatta con una passionalità tale da rendere il
confronto assai
precario (3).
Ci sono stati momenti in cui anche personalità assai autorevoli nella
Chiesa usavano
facilmente il linguaggio della certezza morale della 'autenticità' e
magari anche la
titolatura di 'reliquia'. La vicenda delle analisi sui campioni
sindonici esaminati col
metodo del C 14 ha indotto un processo di riflessione faticoso ma
provvidenziale. Il Papa
ha offerto un esempio di questo atteggiamento di rispettoso equilibrio
negli interventi
fatti durante la sua visita alla Sindone, lo scorso 24 maggio.
E' risaputo che egli riconosce il peso rilevante delle ragioni che
portano ad affermare
che il lenzuolo sindonico risalga all'epoca romana e abbia veramente
avvolto il corpo di
Gesù deposto dalla croce: a volte egli ha manifestato un giudizio di
grande probabilità
sulla questione del rapporto diretto tra la vicenda storica di Gesù e
questo lino. Egli
insegna però che, "non trattandosi di materia di fede, la Chiesa
non ha competenza
specifica per pronunciarsi su questi problemi"; essa non sa
neppure se verrà il
giorno, nel corso della storia, in cui sia possibile parlare nei loro
confronti di
sicurezza assoluta, superiore a ogni dubbio, o se si debba attendere il
momento in cui
ogni dubbio sarà sciolto, perché vedremo la Verità, il nostro Dio,
faccia a faccia (ma
allora l'interesse per la Sindone avrà ceduto il passo di fronte alla
gioia dell'incontro
con colui al quale la Sindone rimanda).
Alla scienza il Papa non insegna il metodo delle singole discipline,
bensì ricorda il
codice deontologico del loro procedere: "Che ogni ricerca venga
intrapresa in
situazione di libertà interiore, senza posizioni previe che diano per
scontati risultati
che tali non sono", sia in favore di una conclusione di
'autenticità' sia in senso
ad essa contrario.
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